Solo una vacanza

Una vacanza. Non credo di chiedere molto. Solo una tranquilla, riposante vacanza. Non sembra poi così difficile. Eppure a volte si direbbe una meta fuori dalla mia portata.

Da qualche anno a questa parte le vacanze si trasformano in catalizzatori di catastrofi. Come l’anno scorso, quando Tommaso è caduto sugli scogli, si è fratturato la tibia e la scapola e siamo dovuti rientrare in tutta fretta. O in settimana bianca, con la piccola che si è presa la scarlattina. E se vado indietro nel tempo potrei trovare un numero praticamente illimitato di episodi. Mio padre che chiama dall’Abruzzo per dirmi che mamma ha perso la memoria. Cancellata, di colpo. Come a volte vorrei accadesse a me. Mentre sta raccogliendo le fragole si ferma e gli chiede che fine abbiamo fatto io e Marco, non dovevamo andare da loro a pranzo coi bambini? Dura poche ore ma tanto basta a mandarlo nel panico. E neanche a dirlo mi tocca mettermi in macchina dal lago di Garda per raggiungerlo. Lui è diabetico, cardiopatico, non è che puoi lasciarlo solo con lei che all’improvviso si ricorda a stento chi è.

È da quasi sei anni che andiamo avanti così. E quando non ci sono malattie, infortuni o funerali di parenti scomparsi da secoli che tornano a farsi vivi, si fa per dire, al momento della dipartita, allora è la volta dei casini sul lavoro.

Ho quasi paura, ormai, di fare le valigie. Mentre tiro fuori dai cassetti costumi e pareo e maschera da snorkeling già sento quelle vibrazioni negative lungo la spina dorsale e mi chiedo se non sia meglio lasciar perdere, convincere Marco a rinunciare alla caparra della casa e ai soldi del traghetto e restare a Roma, andare il pomeriggio ai giardinetti, fare passeggiate a Villa Pamphili, visitare i Musei Vaticani. Ci provo. Glielo dico. Macché, risponde lui, vedrai che non ci saranno intoppi. È sempre così, lui, un pozzo senza fondo d’incongruo ottimismo. Lui è quello che ‘le cose si aggiusteranno’ e ‘stai sempre a lamentarti dovresti essere grata per quello che hai’ e via dicendo.

Adesso però mi stendo un attimo. Oggi la piccola non mi ha dato tregua mentre dall’ufficio non hanno fatto altro che tempestarmi di telefonate, da stamattina alle otto e mezzo. La tipografia, che aspettava il pagamento di una tranche da ottomila euro a fine marzo, ha messo tutto in mano agli avvocati. E Pisano, il ragazzo che è stato con noi un anno e mezzo fa con quel contratto a progetto, te lo ricordi?, mi dicono. Certo che me lo ricordo, anche se era più il tempo che passava in pausa caffè al bar di Piazza Cola di Rienzo che in ufficio, ebbene? Ebbene è andato dai sindacati, pare voglia piantare una grana. Ma se ha passato tutto il tempo del suo contratto a usare la connessione internet dell’azienda per giocare al videopoker e a guardare youporn, che cazzo vuole adesso? Chiedo. Quello che gli spetta, dicono i sindacati. Certo. E a me? Chiedo. Cosa spetta a me? Sempre le rogne e il dovermi sbattere dalla mattina alla sera per gli altri. E in banca, mi dicono, abbiamo superato il limite del fido e non ci anticipano più le fatture, che facciamo? Ma che volete che me ne importi? Vorrei dire loro. Fate un po’ come vi pare, che ne so io. Poi mi ricordo che l’azienda è mia e che devo dare una risposta. E la risposta dovrebbe essere: siamo pieni di debiti fini al collo. Se vi pago ancora gli stipendi è solo perché ho smesso di versare l’IVA, perché o pago voi o pago lo stato o pago i fornitori, non posso mica far tutto.

E adesso non so. Sinceramente, non so. E non so neanche se me ne importi veramente qualcosa. E poi, per la cronaca, sarei in vacanza.

Ho bisogno, però, di riposare, ora. Ma queste gocce non fanno più l’effetto di una volta. Scadute non sono scadute, però io non le sento neanche. Ho le mani che mi tremano e non accennano a smettere.

Marco va in barca tutto il giorno, lui non pensa a niente, gioca in borsa, non vuole saperne di un vero lavoro, dice che finché il fumo gira le cose gli stanno bene così e sembra non vedere che stiamo vivendo in una bolla. La casa, la barca, i figli, le vacanze, tutto.

Ecco, Shirley, giusto tu. Io sto cercando di riposare. Vai tu a fare la spesa per favore? E ti prego, porta con te la piccola.

Allora. Panini all’olio, prosciutto cotto, biscotti, caffè, latte, banane, però belle verdi, non come quelle dell’ultima volta che due ore dopo non erano buone neanche per la macedonia. E per me gli assorbenti, quelli viola, con le ali. E la cartigenica, che è quasi finita. A tre veli. Fai col bancomat, che banconote non ne ho più. Ah, Shirley! Prenditi le chiavi, per favore.

Intanto gli strepiti dei ragazzi dal giardino non mi danno tregua. Giocano a tennis e seguono i mondiali alla radio a tutto volume. La voce del cronista è sovrastata dalle loro risate, stridule come quelle del padre, che mi si piantano in testa come artigli. Che tacciano un attimo, santo Dio, con le loro inquietudini gridate, i loro ormoni in tempestosa, perenne agitazione! Mi affaccio e grido loro di fare silenzio. Silenzio! Lorenzo guarda in su, strizza gli occhi da sotto la visiera come se non mi riconoscesse, poi mi sorride con quella sua aria ironica, da zingaro, come a dire ‘toh, guarda chi si vede!’, e solleva la racchetta nella mia direzione in segno di saluto. O vittoria. Vai a capire. Tommaso se ne sta in un angolo a gozzovigliare coi suoi amici. È il mio Mumm quello che sta versando a quella ragazzina bionda in completo da tennis che gli sta alle costole da quando siamo arrivati? Non c’è mica da stupirsi. La loro vita è un eterno brindisi, una partita di tennis, mai un permesso da chiedere, mai un grazie, e nessuno che abbia più il coraggio di dire loro qualcosa. Richiudo le tende e mi rimetto a letto, sapendo che non basterà dormire per smettere di sentirli, tutti loro. Un branco di voraci parassiti. Come giovani velociraptor. Mi divorano, mi fanno a brandelli, giorno dopo giorno.

Quello che proprio non mi sarei aspettata, però, quest’oggi, era di dover lottare su tanti fronti allo stesso tempo.

<<Nella mia testa – dice, anzi scrive – non sono in discussione i miei sentimenti per te. Mi sembra che il nostro rapporto, già per ovvi motivi relegato in fondo ai diritti di tutti, coperto di omertà come un’infamia…>>. Dio, ho già la nausea! Sta per ricominciare. Come ogni estate. Che se ne vada, che si tolga finalmente dai piedi anche lei, con i suoi patetici monologhi teatrali! Adesso la cestino quest’email vigliacca che mi manda proprio quando sa che una volta tanto sto provando a prendermi una vacanza da tutto. Ed eccola che attacca, subdola e puntuale, cercando di atterrarmi coi sensi di colpa, con le sue pretese insane da ragazzina egocentrica. Come se non lo avesse saputo sin dall’inizio che ero sposata. Sposata col mio lavoro, coi miei dipendenti, coi miei figli, con la banca, con mia madre, col suo Alzheimer. Sposata con la micidiale forza d’inerzia che mi spinge oltre, e con tanti di quei doveri che proprio non posso pensare a lei, ora.

E lo cestino, allora, questo sproloquio infido e crudele, vittimista, che in un attimo ribalta la verità facendomi passare dalla parte del torto.

Le ricordavo più amare, comunque. Ma così, a temperatura ambiente, che ci saranno almeno ventotto gradi in questa stanza dove non tira un refolo d’aria, scivolano giù sulla lingua e nella gola che neanche te ne accorgi, con una dolcezza che nessun marito e nessun amante riescono più a farmi provare.

Non chiedo tanto, in fondo. Solo un po’ di tranquillità. È forse troppo?

E alla fine un po’ per rabbia, per autolesionismo o che so io, la mail me la vado a ripescare dal cestino.

<<Ma mi domando – scrive – se è questo che voglio dalla vita o se sarebbe più maturo soffrire degnamente…>>.

Gli strepiti dei ragazzi si fanno ancora più alti. Qualcuno ha segnato o forse la partita è finita. Ora mi alzo e chiudo la finestra, appena trovo le forze.

<<…soffrire degnamente qualche mese, un anno…>>.

La voce alla radio dice che la Svezia è arrivata in semifinale. Vedi, a volte accade proprio ciò su cui uno non scommetterebbe affatto. Come innamorarmi a quasi cinquant’anni di una stronza che ne ha venti meno di me.

Finalmente torna il diritto di sognare, dice il cronista. Già, mi dico. Ecco che arriva. Dolce, mi scivola dentro.

E allora sogno. Le morbide colline verdi della Svezia, gli arcipelaghi al largo della costa orientale, verso Sud, coi fondali bassi, i mulini a vento e le foche. I villaggi dei pescatori. La tundra della Lapponia. Solo per un po’. Una piccola pausa dalla vita, da tutto. Una breve, tranquilla vacanza. In fondo non deve essere così difficile.

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