L’ultima notte

Avrebbe dovuto esserci della musica in un momento così, pensò Sandro. Della buona musica. Accese la radio e si imbatté in un vecchio brano dei Genesis, uno dei suoi preferiti. Alzò il volume e prese a tamburellare con le dita sul volante.

Guidava veloce nel traffico scorrevole, coi finestrini abbassati, una mano fissa sul cambio.

Si era guardato allo specchio prima di uscire e si era giudicato passabile. La chioma di un bruno ancora uniforme, coi ricci che gli ricadevano sulla fronte e la barba incolta sul viso abbronzato gli davano quella giusta dose di trasandatezza che piaceva alle donne. Eppure era certo che con lei ci sarebbe voluto dell’altro. L’aveva osservata quanto bastava per capire che avrebbe dovuto rimettere molto in discussione. Venire a lei come un uomo senza storia, disposto a tutto.

Era entrato in quella che doveva essere la strada. Era deserta, costeggiata da alti platani dalle fronde brillanti e da lampioni che da un momento all’altro si sarebbero accesi. D’un tratto gli sembrò di riconoscere l’edificio. Un semplice palazzo in cortina di quattro piani nel quale si distingueva una sola finestra illuminata. La chiamò al cellulare. Lei rispose al primo squillo. Scendo, disse, un istante prima che la finestra si oscurasse.

Il portone si aprì e lei apparve, trattenendosi un istante a ravviarsi i capelli con un gesto svelto della mano, come sporgendosi indecisa sul bordo di una possibilità, e subito dopo si diresse verso l’auto coi passi piccoli e rapidi che Sandro aveva imparato a conoscerle. Cominciò a sorridergli da lontano, aggiustandosi l’orlo del vestito e guardando la strada da attraversare, a destra e a sinistra, benché le macchine venissero da una direzione sola. Lui scese ad aprirle lo sportello. Lei gli sfiorò la guancia con un bacio e gli appoggiò la mano sulla spalla in un gesto lieve e che fino a quella sera non aveva avuto, per loro, alcun significato.

Quando furono seduti in auto uno accanto all’altra, un istante prima di mettere in moto Sandro le colse negli occhi un lampo di apprensione, quasi si fosse accorta in quel momento che non vi erano più finzioni possibili. Avviò il motore. Sentì che lei aveva indossato per l’occasione un profumo nuovo. Gli piacque. Pensò che nel corpo di quella donna si sarebbe smarrito.

Lei parlava con vivacità, del lavoro, delle persone che conoscevano entrambi e le sue parole risucchiavano tutta l’aria dell’abitacolo con la loro vorticosa impazienza.

Raggiunsero la strada del ristorante, lasciarono l’auto e si avviarono camminando uno accanto all’altra con una nuova rigidità, i corpi deformati dall’intensità dell’attesa. Lui la precedette nel locale e quando sedettero uno davanti all’altra la guardò come a volersi imprimere dentro la chiarezza di quel volto, in quella precisa cavità del tempo da cui non avrebbero mai più fatto ritorno.

Davanti alla luce delle candele che scavava loro i visi non potevano più fingere che quello non fosse un appuntamento, e baloccarsi con l’idea di essere solo due amici che uscivano a cena. Sandro le scorse dentro il groviglio da cui il desiderio tentava di districarsi con pena. Ma durò un attimo. Il viso di lei era radioso. Qualunque cosa fosse accaduta prima, adesso era lì, vaporosa e leggera nell’abito quasi trasparente di mussola bianca, traboccante di desiderio, come una mongolfiera in procinto di staccarsi da terra.

Fu al momento di alzarsi che Sandro ebbe il primo capogiro. Il viso di lei si sfaldò crepitando, come un’immagine su uno schermo quando il segnale è disturbato. Sandro vacillò e si appoggiò al tavolo. Troppo vino, pensò, a disagio.

Lei parve non accorgersi del suo turbamento e restò immobile fino a che il volto le si ricompose in un sorriso teso, carico d’aspettativa.

Uscirono nella sera che era limpida e senza vento.

Risalirono in macchina continuando a parlare e in breve giunsero sotto casa di lei.

<<Vuoi salire a bere una cosa?>> chiese, titubante.

<<Giusto un minuto>>, rispose Sandro. Non c’era ascensore.

Salirono a piedi senza fatica, come una corrente d’aria leggera. Lei aprì la porta. Sandro s’era immaginato tante volte quel posto che gli pareva di conoscere ogni dettaglio. Sedette sul divano che era così profondo da precipitarvi dentro.

<<Ho solo del Calvados!>> disse lei davanti al mobiletto dei liquori.

<<Il Calvados andrà bene>> rispose Sandro.

Lei riempì i bicchieri.

Sandro accarezzò i cuscini del divano, il tessuto grezzo sotto le dita gli restituì una sensazione familiare. Guardò la parete occupata dai libri. Sopra il mobile basso una versione di lei più giovane e magra sorrideva poco convinta nella foto del matrimonio.

Lei a un certo punto l’avrebbe voltata verso il muro, più tardi. Lui lo seppe con una precisione dolorosa.

Lei tornò nel salone coi bicchieri in mano e gli porse il suo con un sorriso imbarazzato. Sandro vi appoggiò le labbra e lo posò sul mobile. Lei parlava ancora, nervosamente, raccontava una storia di cui a lui sfuggiva il filo. Ma sentì che anche quello era familiare. Conosceva a memoria ogni dettaglio, la sua pelle che riluceva nell’oscurità, gli occhi che si muovevano in fretta, quasi spaventati. Le prese il bicchiere e lo posò accanto al suo. La luce bassa che aveva visto poco prima dalla strada ora le illuminava il volto. Quando tese la mano e le accarezzò i capelli la testa torno a girargli e ancora una volta gli parve di vederle il viso offuscarsi. Si guardò intorno. I dettagli cominciavano a svanire. Alcune foto non erano già più dove le aveva viste pochi istanti prima. E nella libreria i titoli si distinguevano a malapena.

Sapeva, ora, Sandro, che tutte le fasi della sua vita non erano altro che rette convergenti verso quel punto. Sapeva che era già stato lì. L’avrebbe sposata, e un giorno lei gli avrebbe dato un figlio. Lo vide, il giorno della sua nascita. Lui era lì, in sala parto, sentì il piccolo corpo caldo e morbido aderente al suo.

Ricordò il gesto dovuto. Le prese il viso tra le mani e la baciò. Sentì la lingua calda di lei ritrarsi in un primo momento, poi abbandonarsi a un movimento lento e carezzevole. Si trovava ancora lì, Sandro, eppure era già lontano. La vide scostarsi, sfilarsi il vestito sollevando le braccia sopra la testa, le ascelle chiare che balenavano nell’ombra. Le guardò i piccoli seni dritti e splendenti. Poi lei tese il braccio verso il mobile e voltò la foto contro la parete. Lui ricordò, allora. Ricordò che lei avrebbe lasciato ogni cosa e sarebbe stata sua, e di nessun altro.

Ora il flusso correva più rapido, verso la fine. I frammenti della loro storia non ancora vissuta gli vorticavano intorno.

Lui l’abbracciò, le baciò il collo, gli occhi, le vene dei polsi, i capelli, poteva sentire ogni sua fibra fremergli sotto le labbra.

Di quell’immenso coagulo di vita che andava sfaldandosi in fretta e irrimediabilmente, aveva scelto quella sera, la sera in cui tutto sarebbe cominciato.

Sentiva ora il ronzio delle macchine, fuori di sé da qualche parte. La presenza dei medici che andavano e venivano. Capì che tutto era pronto, che il tempo era quasi scaduto. Ancora un attimo, supplicò tra sé.

Lei socchiuse gli occhi, rapita. Allacciò le mani intorno alla sua nuca, protendendo i fianchi verso di lui. Poteva vederle il viso da vicino, i tratti confusi che si mescolavano tra loro, le labbra aperte contro le sue, contro il suo ansito rapido, il cui ritmo era scandito dalle macchine per la respirazione artificiale in procinto di essere disattivate.

Avvertì la presenza di lei in carne e ossa al suo fianco, nell’altra realtà, quella in cui lui era prigioniero nel letto di una clinica, spedito indietro dal programma virtuale per il fine vita, là dove aveva scelto di tornare. Sentì la sua mano, quella vera, le dita sottili dalla presa salda, stringergli il polso, come a cercare di trattenere ancora. Lei sapeva dov’era Sandro. Là dove erano stati insieme, dove tutto iniziava, dove anche lei, un giorno, avrebbe forse scelto di tornare.

Sandro, immobile nel letto, sprofondato nella fenditura tra i due mondi, si lasciò andare. Entrò in lei come nel passaggio stretto e cieco che portava dall’altra parte, verso l’ultimo grado di separazione dal tutto, e il ricordo fiammeggiante di quel loro fondersi fu l’ultima cosa che ritrovò, giusto un istante prima che calasse, silenziosa e tiepida, la notte.

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