La sorpresa

Costava caro, certo, ma lui si sarebbe cavato il sangue pur di farla felice. Non l’aveva fatto forse per tutta la vita? O almeno ci aveva provato. Mica se ne lamentava, anzi. Che adesso a vederla così bella, tutta bianca e nera come una rondine pronta a spiccare il volo, com’era stata la madre quando l’aveva conosciuta, gli veniva da pensare che d’ogni sacrificio era valsa la pena. Allora aveva preso il portafogli, con le dita spaccate dalle ragadi aveva contato le banconote spiegazzate e le aveva allungate all’uomo che stava alla cassa, mentre la commessa finiva di preparare la confezione, con tanto di coccardina dorata. Non sapeva da che parte guardare, Jon, che in un negozio del genere non c’aveva messo mai piede. E così aveva tirato fuori dalla tasca il lercio fazzoletto di stoffa e s’era soffiato forte il naso. E quando la ragazza alla fine gli aveva dato il sacchetto, lui aveva pensato che faceva uno strano effetto nelle sue mani, che un gioiello non lo avevano toccato mai. A parte la fede, s’intende, che ancora portava e che non ci pensava nemmeno a togliersi e anche se avesse voluto, del resto, avrebbe dovuto mozzarselo, il dito, tanto gli erano diventate grosse, in quei vent’anni, le nocche deformate dall’artrite.

Così se lo era infilato nella tasca interna della giacca, perché quel rigonfiamento sul petto era comunque meno peggio che andarsene in giro come una donnetta, con un ridicolo sacchetto blu in mano con tanto di coccarda.

Uscito dal negozio era andato alla fermata del trenino urbano e si era messo ad aspettare, che ormai, gli pareva, la sua vita s’era ridotta a poco più che quello. Ma stavolta almeno c’era una cosa buona per cui aspettare. L’unica che gli era rimasta.

Un’improvvisata, le avrebbe fatto. Gli aveva detto, quando l’aveva chiamata il giorno prima, che avrebbe lavorato perfino l’indomani. E a lui era scesa addosso una tristezza pesante a immaginarsela dietro al bancone, mentre serviva da bere a quella gente pure la sera del suo compleanno, perché i soldi per l’università non bastavano mai. E ancora una volta s’era maledetto pensando a quanto poco aveva potuto fare per lei in quella vita. Lei che con un cervello così fino avrebbe dovuto stare sui libri e basta, senza dover sgobbare come tutti gli altri della famiglia, che invece solo per sgobbare erano nati. Lei no, lei era diversa.

E allora al mattino aveva preso la decisione. Era partito all’alba per venire in città, aveva cambiato due corriere piene come l’inferno e poi aveva girato a lungo per le strade trafficate in cerca di un regalo. Fino a che l’aveva visto. Quel ciondolo tutto d’oro e d’argento che pareva fatto apposta per intonarsi alla sua pelle così bianca e ai suoi capelli così neri.

Non la vedeva da un mese. La città se li mangia, i figli, pensava Jon. E quando te li prende diventano suoi. C’era da capirla, d’altronde, che non avesse più niente da dire a un bifolco come lui, adesso che stava sempre in mezzo ai libri e ai professori e alla gente che le assomigliava. Però suo padre non se l’era mica scordato. E il mese prima era tornata al paese a trovarlo e s’era fermata tre giorni. Coi libri e tutto, e quel telefonino che squillava sempre perché ormai per lei, lontano da là c’era tutta una vita. E gli aveva raccontato delle lezioni, degli esami, della casa che divideva con le ragazze e di quel lavoro la sera al bar. E andando via s’era scordata, sul tavolino di legno della sua vecchia stanza, il suo diario, e dentro quello, infilato in mezzo alle pagine che Jon era subito andato a sfogliare, il biglietto del posto dove lavorava. Un biglietto da visita di lusso, dove c’era scritto il suo nome con una piccola foto, un numero di telefono, un indirizzo email e le indicazioni per arrivare al Saloon. Lasciandosi l’uscita del treno alle spalle, alla fermata Nana, percorri la strada per centro metri e trovi il locale alla tua sinistra. Così c’era scritto. E lui così aveva fatto. Aveva preso il treno, era sceso alla stazione Nana e s’era incamminato nella direzione indicata dal biglietto, a passi lenti e strascicati, continuando a palparsi la giacca per essere sicuro che il ciondolo fosse sempre lì e che nessuno l’avesse derubato come si sa che capita sui mezzi pubblici nelle grandi città.

Se l’era trovato davanti all’improvviso, il locale. Un posto strano, a metà tra un bar e una di quelle cliniche dove ti cavano i denti a buon mercato. C’era un’insegna blu al neon, sostenuta ai lati dalle figurine di due ragazze vestite da collegiali, con la gonna troppo corta, o almeno così parve a Jon.

Forse tutto sommato era stato uno sbaglio venire in città. Forse lei sarebbe stata troppo impegnata a servire ai tavoli, se c’erano dei tavoli in quel posto. O magari aveva un fidanzato che era venuto a trovarla, con un regalo pure lui, che avrebbe fatto sembrare patetico il suo ciondolo da quattro soldi.

Si avvicinò all’ingresso, come un cane che s’accosti a un tempio. L’uomo calvo davanti alla porta gli rivolse un cenno d’intesa, prendendolo per il gomito, con un sorriso pieno di denti scuri come chicchi di riso marci. Jon entrò, si disse che magari lei non c’era, magari all’ultimo minuto le amiche le avevano organizzato una festa a sorpresa. L’interno del bar era tutto bianco, il bancone, le sedie, le divise da infermiere che indossavano le ragazze, cortissime sopra le calze a rete, bianche pure quelle, come gli alti stivali coi tacchi a spillo. Sul ballatoio sopra di sé intravide alcune ragazze ridere tra loro e lanciare in basso occhiate che cadevano come i fulmini nei campi nelle tempeste estive. Doveva aver sbagliato indirizzo, pensò Jon, sentendosi all’improvviso debole e con la febbre che cominciava salirgli. Forse l’aria condizionata del pullman gli aveva fatto male, pensò tornando sui suoi passi. Magari stava già covando una di quelle brutte influenze che ti tengono a letto anche per una settimana intera. E allora chi avrebbe badato alle bestie? Era meglio tornarsene a casa, pensò, scivolando verso l’uscita e poi frettolosamente in strada. L’aria afosa e piena di smog gli diede uno strano sollievo. Si tastò la giacca. Il sacchetto era ancora lì, piccolo e leggero. Jon pensò che glielo avrebbe dato la prossima volta. Avrebbe controllato meglio l’indirizzo, la prossima volta. Magari l’avrebbe chiamata prima per avvisarla. Perché le sorprese, si sa, non sempre riescono nel migliore dei modi.

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