Letterina

Tornano i nomi. Tornano a chiamarmi,

da lontano. Nelle letterine, quelle che lei ci costringeva a scrivere per i nostri compleanni, le diverse personalità si facevano strada stirando le lettere verso l’altro, inclinandole maliziosamente di lato, arricciandole in modo bizzarro o arrotondando morbidamente le vocali. Ci indirizzavamo l’un l’altra piccoli pensieri gentili e affettuosi e mi chiedo in quanti di voi la vita abbia serbato quel garbo discreto, quella grazia leggera e schietta.

Ciascun nome lo associo a un tratto, a un particolare. Stefania aveva le lentiggini. Emiliano un caschetto regolare di capelli biondi e un sorriso furbetto. Valentina un’allegria che scrosciava come una cascata. Francesco era alto, sottile e pallido, l’aria leggermente spaventata. Alcuni li ricordo bambini, altri stranamente mi paiono quasi adulti già nella memoria. Anna ha l’aria seria e concentrata. Ricordo la cioccolata calda e densa che preparava sua madre quando andavo a studiare da lei, e i fantasmini di plastica che brillavano fosforescenti al buio quando giocavamo a nascondino.

Ricordo le ruvide pareti verdi della scuola e le finestre alte e la cartina geografica di un’Italia immensa, coi suoi fiumi e le catene montuose che erano una mera astrazione e chissà chi le avrebbe viste mai. Ricordo gli esperimenti, come piantare un seme nel cotone idrofilo e vedergli spuntare pian piano le radici. Spesso la mia mente vagava. Si chiudeva ostinata alle spiegazioni e si lanciava fuori, seguendo il richiamo azzurro della luce primaverile.

Una volta fui messa in punizione perché non riuscivo ad eseguire il compito e fui affidata al primo della classe (Mauro?) per completare il lavoro. Bruciavo di un’umiliazione cocente, ma lui come un fratello più grande mi spiegò un concetto che si schiuse nella mia mente proprio come il seme nella bambagia, e ancora oggi a quel ricordo non posso fare a meno di sorprendermi dell’inattesa generosità del mondo. Ricordo le preghiere prima della lezione e la canzone dell’emigrante, mamma dammi cento lire che in America voglio andar. La maestra aveva conosciuto la guerra e aveva studiato camminando ogni giorno a lungo nella neve alta per andare a scuola, in un paesino dell’Abruzzo, per poter un domani insegnare a dei ragazzini come noi. Qualche giorno fa l’ho cercata su google. Nell’unica pagina che parla di lei si legge: “Cimitero di Spoltore. Autorizzazione tumulazione salma S. Nicoletta”.

Sono passati più di trent’anni ma chiudendo gli occhi e tendendo l’orecchio, in una mattina di marzo posso sentire ancora gli schiamazzi nel cortile, posso ancora ricordare la promessa di gentilezza racchiusa in quel tempo, mentre dentro me fiorisce, semplice e puro, il senso di una gratitudine infinita.

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