Come il vento, come l’acciaio

Oggi abbiamo scaricato le casse. Quasi duecento chili di caschi, scarpe, sellini, borracce, attrezzature. E le sei bici da corsa in carbonio donate dallo sponsor. Telaio leggero, flessibili, comode. Niente a che vedere con quelle pesanti carcasse con cui ci allenavamo all’inizio, quattro volte a settimana per sei ore al giorno. Una roba da spaccarsi i muscoli.

Abbiamo affittato un minibus per la stagione, per andare ad allenarci in luoghi sicuri. Ma arriverà qui solo domani. E siccome oggi siamo impazienti di andare, di provare le bici, abbiamo deciso di cominciare subito con un giro fuori città. Siamo una squadra, penso mentre ci prepariamo. Una squadra straordinaria. E affiatata. A parte lei. Lei che è appena arrivata e già mi guarda di traverso.

Sotto i caschi leggeri in policarbonato le ragazze hanno i capelli raccolti nei veli colorati che s’intravedono appena, blu e neri come le tute in windstopper che abbiamo preso di una taglia più grande perché non siano troppo aderenti. Dietro gli occhiali da sole scuri non è facile indovinare volti di donna.

Partiamo da questa pietraia sotto un cielo di smalto, sfrecciamo tra le macerie, tra le case basse piene di crepe, tra i palazzi fatiscenti e il mercato, tra le vie anguste in terra battuta dove le altre sono fantasmi azzurri dal passo malcerto che scivolano silenziosamente lungo i muri. Vorrei fermarmi a spiegare che pedaliamo anche per loro.

Mariam e Malika sono in testa. Chine sul manubrio, ora filano lungo la strada polverosa e deserta, in mezzo ai campi, tra le montagne aspre e porose che ci scortano verso la libertà. Dietro di me arrivano Masooma, Nazifa, Farzana.

Farzana è la più grande e l’unica sposata. Per unirsi alla squadra ha dovuto chiedere l’approvazione a suo marito, un uomo di poche parole, dagli occhi scuri e taglienti che vedono più lontano delle vette dell’Hindu Kush.

Quando me l’hanno presentato ho creduto di scorgervi dentro un lampo di diffidenza, ma sbagliavo. Era solo curiosità. In fondo ero quella che era arrivata dall’altra parte del mondo, che aveva attraversato da sola in bici la valle del Panjshir e si era messa in testa di allenare sua moglie e le altre ragazze per portarle alle Olimpiadi. Ma alla fine aveva annuito e guardando sua moglie aveva solo detto: “dovete farlo”.

Per ultima arriva lei. Sadaf. È svogliata, oggi, di malumore, e sta rallentando il gruppo.

“Forza!” le grido. “Così non ci arriviamo al tour de France!”

La vedo piegarsi di più e spingere, recuperare terreno, affiancare le altre, superarmi. Si volta verso di me e mi lancia uno sguardo gelido come le nevi del Pamir. Per lei sono ancora un’estranea. A volte penso che non mi accetterà mai.

Sento che la rabbia è ciò che la spinge avanti, è la sua forza ma anche il suo limite, qualcosa che intrappola la sua energia. Si allena da due anni senza tregua, ma la sua è una guerra solitaria e spesso ho la sensazione che nella sua testa ci sia anche io tra i nemici da abbattere. L’altro ieri, a cena a casa di Mariam, mi sono seduta accanto a lei, con l’idea di rompere il ghiaccio. Ma quando ho provato a rivolgerle la parola lei ha fatto finta di niente, e col viso chino sul suo piatto di Ashak ha continuato a mangiare mantenendo un silenzio ostinato, senza mai voltarsi dalla mia parte. Ero ferita, ma mi sono detta che è giovane, che le passerà e che io devo capirla. Mentre mi sfreccia accanto, come spinta avanti dalla propulsione violenta di un motore a getto, la metà offesa del viso si offre al mio sguardo, celata solo in parte dall’hijab della Nike che Sadaf porta sempre tirato in avanti nel tentativo di coprirsi la guancia. Inutile, perché la bruciatura arriva fino allo zigomo, allargandosi come un fiore dai petali umidi e carnosi incollati alla faccia. Lei crede che l’acido l’abbia resa un mostro ma io trovo che la bellezza dei suoi occhi verdi risalti viva tra le pieghe dolenti della carne.

Adesso vola, sola in testa al gruppo, veloce come il vento dei centoventi giorni che soffia da Nord e porta con sé la sabbia e la polvere e il sale.

La corsa ci ha prese al punto da farci quasi dimenticare che sta calando la sera. Ci affrettiamo a rientrare, pedalando con vigore. La luce si è fatta pallida e abbiamo dovuto togliere gli occhiali da sole. Ora è più difficile farci passare per ciò che non siamo e certi uomini che si accorgono di noi – un gruppo di donne sole in bicicletta ai margini della città – ci fissano con un’incredulità che solo la rapidità della nostra pedalata ci stappa via di dosso prima che si tramuti in odio. Ma verso il mercato, nel dedalo di stradine più vicine alla meta, siamo costrette a rallentare. Ed ecco che gli sguardi si affilano al nostro passaggio. Ci si piantano addosso come coltelli. E noi proseguiamo senza fermarci.

Niente accade per caso, mi dico, mentre ricambio gli sguardi.

Una donna sa che nel momento in cui sale sul sellino non le potrà succedere nulla di male a meno che non decida di scendere.

E noi non ci fermiamo e non scendiamo fino al punto d’incontro, dove ci aspettano i ragazzi della squadra maschile. Ci aiutano a sistemare tutto in magazzino. Sadaf mi passa accanto senza guardarmi.

La chiamo ma non mi risponde. Fa per andarsene con le altre.

“Sadaf” chiamo ancora. “Ehi, dico a te!”

Sono stanca dei suoi modi, del suo vittimismo. Provo solo una gran voglia di prenderla a schiaffi. La seguo, lei si volta. Nel suo inglese sbilenco mi chiede cosa voglio, se non sono stanca di dare ordini.

Io non dò ordini, le dico. Non sono qui per questo. Non ho attraversato il mondo per venire qui a dare ordini a qualcuno.

Io suo respiro è grosso, il petto si solleva ritmicamente sotto la tuta e lei mi guarda come se fossi la responsabile di tutti i suoi problemi. Io, per lei, l’americana, venuta qui a gingillarsi coi destini delle altre.

La prendo per un braccio, lei cerca di divincolarsi e io stringo più forte. La sento fremere come un animale selvatico impaziente di liberarsi dalla presa, pronto a scalciare e fuggire via. C’è un solo modo, penso, per farle capire. Per mettere fine alla sua paura. La trascino nel magazzino. Gli altri stanno poco più avanti, appoggiati al muro, a parlare tra loro. Dentro lo stanzone polveroso, ingombro di attrezzi agricoli e cianfrusaglie, si respira un acre odore di muffa, legno marcio e solventi chimici. La lampadina che pende solitaria dal soffitto nudo ci avvolge in un alone giallastro malsano. Adesso basta, le dico. Dobbiamo finirla con questa storia. Lei sgrana gli occhi, capisco che non sa cosa aspettarsi. Sollevo la maglietta e le mostro il mio addome. Non l’ho mai fatto prima d’ora. A parte quei pochi uomini che hanno attraversato la mia vita negli ultimi vent’anni, nessun altro ha mai visto le cicatrici. Ora per la prima volta ho davvero la sua attenzione.

Eccomi, Sadaf. Questa sono io.

La sua agitazione sembra placarsi.

Aggrotta la fronte, poi leva il suo verde sguardo stupito su di me. Le ferite bruciano, si riaprono mentre racconto.

Ricordo il suo fiato sulla mia faccia. Ricordo l’odore acre dei suoi vestiti.

Il dolore improvviso e folle della lama che affonda nella carne e la paura paralizzante davanti alla certezza che sarei morta, che lui mi avrebbe uccisa. Avevo pregato che finisse in fretta, che la morte arrivasse silenziosa e rapida come una ghigliottina. Invece non era successo. Lui se ne era andato, si era dissolto come un fantasma e io ero ancora viva, con la faccia immersa nella porpora stillante del mio stesso sangue, un sapore aspro di ferro nella bocca e nel naso, un ronzio assordante in testa come dopo l’esplosione di una bomba. Un tempo indefinito era trascorso così, a terra, nel buio assoluto. E poi le voci, e la sirena dell’ambulanza a squarciare la notte. Gratitudine e incredulità per essere ancora viva.

Ecco, Sadaf, questa sono io.

Non lo racconto mai. Non mi piace che se ne parli. Non voglio essere considerata una vittima, una sopravvissuta. Eppure c’è anche questo nella mia vita, fa parte del mio passato. Come del tuo.

Le gambe, pesanti della corsa del giorno, all’improvviso si fanno molli, sento che stanno per cedere. La testa si svuota all’improvviso e Sadaf mi sorregge proprio mentre sto per piombare giù. Le sue braccia robuste mi afferrano rapide sotto le ascelle e m’inchiodano al muro. Il suo corpo incollato al mio ne asseconda il movimento fino a terra, dove mi adagia con delicatezza. Si inginocchia davanti a me.

“Stai bene?” Mi chiede.

“Tutto ok, dico. Solo un capogiro. E tu?Tutto bene?” Le chiedo di rimando, mentre l’ossigeno torna ad affluirmi al cervello.

Lei annuisce.

I suoi occhi nella penombra hanno preso una sfumatura dorata.

Mi aiuta a risollevarmi e usciamo insieme dalla rimessa. Le altre ci guardano incuriosite. Il volto di Sadaf ha la scura opalescenza di questo crepuscolo. Il sole è sprofondato dietro i tetti sconnessi mentre una luna pallida si è levata nel cielo trasparente e duro come un diamante.

Il marito di Mariam è venuto a prenderla. Saranno loro ad accompagnare Sadaf a casa.

“Ci vediamo domattina” mi dice lei evitando il mio sguardo. Raccoglie la sua sacca e si avvia con Mariam verso la macchina. Prima di entrare si volta verso di me come per aggiungere qualcosa, ma le parole le restano incollate alle labbra mentre mi rivolge un sorriso schivo e titubante dal quale la diffidenza sta scivolando via.

Torno in hotel. La mia stanza è all’ultimo piano del brutto palazzo abbarbicato sulla collina e dalla finestra vedo la città intera stendersi ai miei piedi, di una bellezza imprevedibile e struggente.

In certi momenti il cielo di Kabul mi ricorda quello del Minnesota. La sera, quando l’incendio divampa dietro la cresta delle colline e rivedo i colori accesi dei tramonti sul lago Harriet. O nelle prime ore della notte, quando una silente distesa violetta avvolge la pianura e un freddo vento di steppa spazza le strade polverose. In quei momenti le luci della città mi scaldano il cuore e mi ricordano che casa mia è qui come laggiù. È ovunque mi porti questo desiderio di andare avanti. Perché quando il nostro passo sfiora la terra avvertiamo sotto le piante dei piedi tutta la fragilità del destino umano. Ma ci basta sollevarci un poco, salire sulle bici e spingere con tutta la forza che abbiamo nelle gambe e tutto il fiato che abbiamo nei polmoni, per credere che niente ci potrà fermare mentre sfrecciamo lungo la strada, veloci come il vento, forti come l’acciaio.

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