L’errore della luna

Nell’alone scialbo dei lampioni, dietro il vetro umido della notte a un tratto finalmente l’ho visto. Era lui eppure non era lui. Nel suo impermeabile col bavero alzato pareva più alto del suo metro e ottanta. Camminava senza ombrello sotto quella pioggia leggera, che cadeva di traverso, monotona e sferzante, di cui lui pareva non accorgersi. Col fiato corto l’ho seguito come si segue una visione sfuggente. Ero anch’io senza ombrello. Nella fretta di uscire l’avevo lasciato nel locale. Mi tenevo a una ragionevole distanza, sessanta, settanta metri indietro rispetto a lui, o all’uomo che mostrava con lui quella singolare somiglianza, camminando sul marciapiede opposto, ma registrando ugualmente la lenta cadenza del passo, quel passo che a una donna frivola come lei, una donna romantica, disposta a credere al primo venuto, a perdersi per il primo venuto, poteva apparire segno di concretezza e padronanza di sé, ma in cui io che lo conoscevo bene, lo conoscevo da almeno dieci anni, vedevo rivelati tutti i suoi vizi. L’indolenza refrattaria a tutto, l’oscena spossatezza del libertino, la calma ostentata di chi ha paura di trovarsi, un giorno, davanti a qualche strappo della vita e di riconoscersi troppo pavido per reagire virilmente. Invece di affrettarsi se ne andava calmo per la sua strada, senza una meta apparente. Ma io gli conoscevo la meta e l’anima nera di traditore.
Era lui eppure non era lui.
Nel locale, qualche ora prima, ero arrivato che era già seduto al tavolo e quel soprabito non glielo avevo visto indosso né quella sera né le altre volte, ma era nel suo stile, l’abito perfetto per rivestire quella posa affettata che amava darsi con la complicità di certi cappelli di feltro a ombreggiargli lo sguardo e con la sigaretta appesa a un angolo della bocca, eternamente spenta, per mostrarsi capace di masticare l’attesa e rinviare a lungo il momento del piacere. L’uomo indistinto si determinava ora a poco a poco sotto il mio sguardo, nell’affiorare dei dettagli, mentre si andavano fissando con esattezza i contorni della sagoma ritagliata nell’ombra, sotto l’arco che i platani formavano ricadendo sul parapetto di travertino del lungofiume. Andava all’incontro, pregustava a ogni passo l’amplesso che l’attendeva e la bianca, burrosa docilità della carne di lei, l’unica resistenza da vincere quella degli abiti, dei gancetti, delle lampo, dei lacci, dei piccoli, effimeri congegni con cui le donne erigono simulacri di barriere a protezione della propria virtù.
Quando lei quella sera, verso la fine della cena, aveva guardato il piccolo orologio da polso, stringendo la cassa tra il pollice e l’indice della mano sinistra come se questo l’aiutasse a mettere meglio a fuoco le lancette, e aveva detto che si era fatto tardi, e poi si era alzata dal tavolo tenendo le punte delle dita dalle unghie corte, curate, coperte da uno smalto rosa pallido, tutte appoggiate sulla tovaglia, bene aperte ma animate da un tremolio appena percettibile, lui aveva seguito con uno sguardo avvolgente i suoi movimenti, fino al gesto elegante e rapido con cui aveva infilato le braccia, prima l’una poi l’altra, nelle maniche del cappotto di cashmere color cammello che il custode del guardaroba le porgeva. Il collo di pelliccia le aveva solleticato la guancia arrossata quando si era voltata a salutare con un gesto breve della mano guantata evitando accuratamente di incontrare, tra tutti gli sguardi, quello di lui. La vedrò domani sera alle prove, avevo pensato. Le parlerò. E mi ero alzato, subito dopo, per andare in bagno, dove avevo finalmente potuto sgravarmi del peso di tutta la birra bevuta durante la serata, bevuta per non sentire la vibrazione metallica della voce di lui che risuonava in fondo alla tavolata con la sua nota fissa, petulante, e il suono sgarbato con cui il suo coltello tagliava il piatto assieme a tutto il resto.
Ma quando sono tornato al mio posto ho incassato il colpo della sciarpa grigia assente, sparita d’un tratto dallo schienale della sedia dove lui era stato seduto fino a poco prima, mentre la salvietta giaceva contorta, imbrattata di rosse macchie di sugo, simile alla spoglia di un nemico, in un cimitero di briciole. Non era, forse, quella fuga repentina, la prova vivente che attendevo?
Povero idiota! Se forti indizi che conducono dritti alla porta della verità ti bastano come prova, puoi averla! Eccola.
Avvertii l’impulso elettrico nei muscoli delle cosce, una contrazione involontaria e rabbiosa, i nervi dei polpacci accesi dalla smania di andare. Mi alzai che era troppo presto perché la mia fuga passasse inosservata, e forse troppo tardi per avere speranza di coglierli sul fatto.
Raccolsi le mie cose, gettai qualche banconota sul tavolo, uscii in fretta coi pensieri bollenti che fumavano a contatto con l’aria fredda, e quando mi resi conto della pioggia troppi passi mi separavano già da quel miserabile locale in cui non avevo intenzione di rimettere piede quella sera e mai più. Mi lanciai nell’unica direzione possibile, quella della strada in cui lei abitava, a poche svolte da lì, dove magari erano già arrivati assieme in taxi e dove sarei giunto invano, come alla fine della cerimonia giunge trafelato l’amante con le sue buone ragioni e la sua conoscenza degli impedimenti per i quali quell’uomo e quella donna non avrebbero mai dovuto unirsi nel sacro vincolo del matrimonio.
Camminavo rapido, la pioggia frizzante sulla faccia, le dita che gelavano in fondo alle tasche, quando nell’alone scialbo dei lampioni, dietro il vetro umido della notte a un tratto, finalmente, l’ho visto. Era lui eppure non era lui. L’ho visto svoltare in via Colonna, arrivare nella piazza, sparire dietro l’edicola chiusa e riapparire, tornando a mostrarsi impertinente al mio sguardo, quasi lo percepisse, audacemente incollato alla nuca bagnata, ai capelli appiattiti dalla pioggia, alla sagoma della sua testa scura che nei miei incubi peggiori avevo visto affondare tra le cosce di lei, serrate come la fauci di un alligatore man mano che l’orgasmo la incalzava, facendola dimenare e supplicare con voce roca.
Ha attraversato la piazza deserta, dove le palme svettavano sul selciato bagnato, solitarie e incongrue quanto quelle nei paesaggi innevati dei presepi, in mezzo alla girandola degli autobus che si trascinavano stremati, sbuffando. E io l’ho seguito, svolta dopo svolta, fino al portone dell’austero palazzo con la facciata lavorata a bugnato in stile fiorentino. Ha suonato il citofono, poi ha spinto il portone ed è scivolato dentro, ombra vile e maledetta, lasciandosi alle spalle la strada senza vita.
Soffio nel cielo tutto il mio stupido amore.
Ho alzato gli occhi. La finestra illuminata al quinto piano era quella del salotto di lei. Vi ardeva una luce calda, intrigante, certo della ricercata lampada appoggiata sul vetro fumé di un tavolino anni Sessanta. Una luce ipocrita che avrebbe levigato tutto nella stanza, i graffi nei mobili, le crepe sottili nei muri, i segni lasciati da persone e oggetti nel loro disordinato passaggio attraverso quegli spazi e quelli lasciati dal tempo sui loro corpi.
Nell’ultimo scorcio di solitudine lungo quanto un viaggio di cinque piani in ascensore, con la porta socchiusa come una cortigiana caduta in disgrazia, senza più nemmeno un servitore, lei avrebbe sistemato i cuscini del divano per adagiarvisi, nuda, ad aspettarlo come lui le aveva chiesto. Avrebbe indossato solo un reggicalze o un gioiello o i tacchi alti o magari il profumo che lui le aveva ordinato di spruzzarsi nell’incavo del collo. Forse aveva disposto delle candele in giro per la stanza e le fiamme ora agitavano ombre sul soffitto e sui muri, anime inquiete pronte a spiare ogni mossa dei due amanti. Le gambe cominciavano a tremarmi e la pioggia che si era fatta più fitta e pesante mi inzuppava i vestiti. Pensai che avrei dovuto andarmene di lì, tornare a casa, farmi una doccia bollente, uno scotch e mettermi a letto. Ma non lo feci. Cercai riparo sotto il cornicione del palazzo di fronte e da lì alzai di nuovo gli occhi alla finestra illuminata. Avrebbero detto, loro, che non c’era niente di male, che ad essere tradito non ero io, vecchio, ridicolo amante superato dagli eventi e dal tempo. Semmai l’altro. Il marito sempre in viaggio, come quella notte. Perché a me il corpo desiderato era precluso da tempo, divenuto ormai inaccessibile. Ma io sapevo l’ardore, l’ardore mai sopito e rivelato ancora a tratti dagli sguardi, da certi messaggi che solo io potevo cogliere e che mi avevano ripetuto a lungo che quella fine non era stata una vera fine. E io avevo atteso. Fino alla fine del tempo avrei atteso.
La pioggia frustava l’asfalto senza pietà e la luce dei lampioni si specchiava nelle pozzanghere, lastricando di un freddo e tremulo bagliore il selciato deserto.
O amore, cedi la tua corona e il trono piantato nel cuore all’odio tiranno!
Sarei rimasto lì fino all’alba, se necessario. L’avrei colto sull’uscio alle prime luci del giorno, e afferrandolo per il bavero avrei affrontato il mio demonio.
Ma tutto accadde molto velocemente. Non erano passate due ore da che mi ero acquattato nell’ombra, come un ladro, come un assassino, a spiare quella luce fissa e il suo riverbero solitario nella notte man mano che tutte le altre luci del palazzo si spegnevano. Tutto precipita quando il momento arriva e l’attesa s’infrange troppo presto con fragore inatteso e il destino ci coglie sempre impreparati. È accaduto velocemente perché così doveva accadere, e il taxi si è fermato davanti al portone e il portone si è aperto, l’ho visto uscire, il bavero stavolta abbassato, la sciarpa grigia avvolta attorno al viso e l’ho visto infilarsi nel taxi come prima nel portone e dare l’indirizzo di casa e poi sparire nella notte.
Ho attraversato la strada, suonato il campanello e lei non ha risposto, non ha chiesto chi è, ha semplicemente aperto, pensando certo che fosse ancora lui, che avesse dimenticato qualcosa o che avesse semplicemente cambiato idea e si fosse deciso a restare per la notte. E io sono salito, e lei era ad aspettare sull’uscio dietro la porta socchiusa, e quando m’ha visto si è tirata sul seno la vestaglia di seta con un gesto pudico, facendo un passo indietro, incerta se farmi entrare o chiedermi che ci facessi lì a quell’ora o le due cose assieme, e sembrava capire e non capire, ma quando ho spinto la porta e sono entrato e fradicio, inesorabile, mi sono parato davanti a lei, inchiodandola al muro, una mano sulla bocca e una alla gola, allora ha capito. E ha provato a divincolarsi e a graffiarmi la faccia, povera donna, e aveva ancora energia e anima ma ignorava che la vendetta arma la mano dell’offeso con generosa precisione, e sotto il mio pollice ho sentito la sua vita fremere e dileguarsi crepitando come un fuoco morente.
Lei s’è accasciata con un tonfo sordo, un mucchio di stracci rovesciati a terra all’improvviso, e la vestaglia scostandosi ha mostrato la carne bianca delle sue cosce, ancora più pallida di come l’avevo immaginata.
Adesso i capelli le ricadevano scompostamente sul viso e sulle guance e sul collo dove lui doveva averla baciata a lungo e la mano rovesciata col palmo rivolto verso l’alto conservava ancora l’eleganza del suo saluto rapido e aggraziato.
La luce calda proveniente dal salone dava ancora un’illusione di vita a quel povero corpo. Intravedevo accanto alla finestra la lampada e il tavolino basso di vetro e acciaio che ricordavo bene da quell’unica volta che avevo messo piede in quella casa, alla festa di compleanno di lei, la sera che guardandoli parlare assieme il sospetto mi s’era annidato nel cuore.
È l’errore della luna: si avvicina alla terra più del solito e fa impazzire gli uomini.
E ora tutto era finito. Ora non avrebbe più potuto attirarlo a sé, alla sua carne bianca di luna facendolo impazzire e portandomelo via.
Aprii la porta coprendo la maniglia col mio foulard, scesi a piedi, spinsi il portone e fui nella strada, di nuovo senza ombrello sotto la pioggia sferzante, e me ne andai via con passo lento senza meta apparente, mentre l’ora tarda sfumava e il mio cuore prendeva commiato dalla notte e dai suoi singolari fantasmi.

 

Eleonora Selvi

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