La linea gialla

Il cielo pendeva grigio sulla stazione di Bologna e la nebbia s’addensava levigata e bianca sopra i treni che andavano e venivano. Sulla piattaforma, all’odore di gomma bruciata, fumo di sigaretta e detergenti chimici si mescolava quello dolciastro e rancido del fast food. I passeggeri in partenza e in arrivo si incrociavano sulla banchina urtandosi, frettolosi e accigliati. Tra loro stava una donna, stretta nel suo cappotto dai risvolti di pelliccia. Fissava un punto davanti a sé, sul pavimento, tra i propri stivaletti di pelle e la linea gialla, gibbosa e sporca, di plastica consumata, che correva sul ciglio della banchina.

Attorno a lei, lungo la linea del suo sguardo, si rapprese il silenzio.

Lo sferragliare dei treni tacque, scemò il frastuono delle voci. I motori dei macchinari, le pubblicità gracchianti dai monitor, il trepestio dei passi, il rollio delle valigie su ruote, tutto trattenne la nebbia nelle sue maglie umide, e limpida, distinta, la voce dell’uomo annunciò: “Il treno intercity di Trenitalia per Lecce delle ore 16 è in partenza dal binario 8. Ferma a Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Riccione, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, Civitanova Marche, Porto San Giorgi, Fermo, San Benedetto del Tronto, Giulianova, Pescara Centrale, Vasto San Salvo, Termoli, San Severo, Foggia, Bari, Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Bari Centrale, Monopoli, Fasano, Ostuni, Brindisi. La prima classe è in coda al treno”.

Chiusi gli occhi, la donna vide scorrere le azzurre rive adriatiche, i frangiflutti squadrati, le palme chiuse, le cittadine che si susseguono tutte uguali lungo la ferrovia, con gli alberghi desolati d’inverno, i sottopassaggi, le piste ciclabili, i parchi giochi e gli scivoli d’acqua vuoti, le balere, i sexy shop. Vide il paesaggio mutare e le colline appiattirsi, riassorbite dalla sterminata pianura punteggiata di ulivi. E vide sbocciare le giganti pale eoliche, il loro fiore pallido vorticare contro l’azzurro smalto del cielo. Vide la pietra bianca e grigia delle cittadine del Sud affiorare dalle acque d’argento dei porti, le mura possenti, le masserie e le case coloniche, le chiese barocche e i castelli e le torri e l’accecante lampo del sole negli occhi.

Una nuova ondata di passeggeri si riversò sulla banchina, al binario otto, dirigendosi verso il treno in partenza. Il capotreno avanzò lungo la linea gialla, il fischietto alle labbra, pronto ad annunciare la chiusura delle porte. Si accostò alla donna e le chiese se dovesse salire. Lei esitò, guardò l’uomo con lieve sorpresa negli occhi, poi scosse la testa e senza dire una parola se ne andò.

Entrò nel bar, quello spazio raccolto dai suoni cristallini e vivi, chiudendosi alle spalle il fischio del treno in partenza e i vapori della nebbia. La cassa tintinnò, la macchinetta del caffè sibilò e sbuffò schiumando il latte bollente nella tazza. La donna soffiò sulla superficie del cappuccino prima di accostarvi le labbra, sentì i polpastrelli stiepidirsi, scaldarsi e poi bruciare. Dopo il primo sorso controllò il suo piccolo orologio da polso. Ancora un annuncio, si disse, ancora uno. Poi sarebbe andata via. La luce del bar era tagliente e netta, i contorni dei volti troppo nitidi, i menti aguzzi, i nasi aquilini, gli occhi pieni di tutte le coincidenze perdute, di bagagli smarriti o dimenticati apposta, di uno sferragliare di rimpianti troppo assordante da sostenere. Lasciò il cappuccino a metà, si abbottonò il cappotto fino al collo e fu di nuovo fuori, nella nebbia, scivolando in quel liquido sogno sospeso dai contorni sfuggenti.

“Il treno Intercity delle sedici e venticinque proveniente da Milano Centrale e diretto a Taranto è in arrivo al binario 6. Ferma a tutte le stazioni. Allontanarsi dalla linea gialla”. Mentre la voce la avvolgeva nel suo abbraccio insinuante, la donna si abbandonò a un sospiro che salì nell’aria in una sottile voluta candida. Era la sua voce e al tempo stesso non lo era. Veniva da un tempo senza orari e tabelle, che si attraversa senza fermate, con un biglietto di sola andata. Lí non c’era Vinicio con la sua carne, coi suoi muscoli saldi e le sue labbra morbide raccolte sotto gli archi di due rughe sottili. Non c’era il cespuglio delle sopracciglia che s’aggrottavano per un nonnulla, quando arrivava all’appuntamento ai giardinetti e la trovava a scambiare due parole con un vecchio signore, o quando un ragazzo per strada le rivolgeva uno sguardo troppo audace. Non c’era l’odore di tabacco che gli intrideva i capelli e gli abiti, benché andasse ripetendo da tempo che avrebbe dovuto smettere perché le sigarette gli avrebbero rovinato la voce. La voce, invece, non s’era rovinata. Era rimasta chiara e profonda fino all’ultima parola sussurrata mentre, dentro, il corpo si disfaceva silenziosamente. Da due mesi ogni pomeriggio era venuta in stazione ad ascoltarla, a cercare la vibrazione che le scendeva lungo il collo e la schiena quando lui le scostava i capelli e le sussurrava all’orecchio una frase d’amore, o le raccontava i luoghi che avrebbero visitato assieme, quando avrebbero avuto abbastanza soldi da parte.

Al binario sette una canzone invadente partì dai display luminosi, mentre una nuova ondata di uomini monologanti, gli auricolari artigliati alle orecchie, avanzava lungo la banchina. Dalla nebbia, in fondo ai binari, apparve il treno. Un gruppo di donne parlava a voce troppo alta accanto a lei, mentre i bambini sciamavano attorno ridendo forte. Il respiro quasi le mancò quando la voce ripeté l’annuncio, e quando la banchina tremò sotto i suoi piedi capì comprese cosa doveva fare.

Si avvicinò con passo leggero alla striscia gialla, guardò le pietre scure ammassate tra le traverse di legno, mentre alla periferia del suo campo visivo si accendevano e brulicavano tanti punti luminosi. Vacillò appena quando l’onda d’aria del treno in arrivo la investì.

A bordo sedette a metà del vagone, dalla parte del finestrino. Là dentro, al tepore dei corpi annidati nei loro posti, dietro ventagli di riviste e schermi di computer portatili, tra confezioni di biscotti aperti, fazzoletti di carta usati e bibite gassate, i freddi vapori che l’avevano avvolta fino a quel momento cominciarono a dissiparsi. Sentì la voce amata vibrare ancora una volta, tendersi in un’ultima nota calda e prolungata, che si spense pian piano, soffocata dallo sferragliare del treno in partenza.

Il cielo sopra la stazione ora s’inarcava scuro e pulito, mentre il fondo della sera si accendeva di una luce vivida, a illuminare tutte le cose familiari e ignote disseminate lungo il viaggio che l’attendeva.

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