Piccolo, acido scorcio di fantareale a Roma Eur

Stamattina prima di uscire, lo confesso, mi sono sentita bella. La mia carne, una volta tanto, mi stava bene addosso come un abito nuovo, una calza di nylon o una scarpa comoda. Come se fosse passata la fata turchina e mi avesse rimessa in sesto.
Questo prima di arrivare in viale Europa. Prima di parcheggiare frettolosamente di traverso davanti al fioraio, fare bancomat, entrare da Tomeucci, ordinare un caffè e un danese e vedere lei.
Lei sta accanto a me al bancone, svettando al mio confronto come la torre di un borgo medievale accanto a un tozzo battistero. Ha tutto in regola. Le ossa sottili e lunghe, segno di distinzione sociale o di semplice buon orientamento dei geni nel processo di adattamento evolutivo. I capelli lunghi, le mani sottili, le tette sode, alte, così perfette da rendere del tutto trascurabile ogni dubbio ontologico circa la loro materia. Perfettamente truccata pare una starlette in corsa tra una sessione di pilates e una seduta dall’estetista, con la sua costosa giacchetta di pelle nera, i pantaloni aderenti e le unghie dei piedi in mostra splendenti nel loro perfetto smalto color sangue di bue. Aguzzando le orecchie mi rendo conto che proprio di pilates sta parlando, e ho la molesta premonizione che l’argomento successivo sarà l’estetista. O il CT Eur, il fintamente elitario circolo del tennis la cui tessera è precondizione dell’esistenza sociale del parvenu di queste parti. Il club al quale ci si iscrive per nobilitarsi più che per migliorare il rovescio.
Si scosta i capelli dalla fronte con il gesto delle belle di ogni tempo ed estrazione, un gesto ipnotico e seducente che lascia la sua scia luminosa nell’eternità. Lei, invece, uscendo si lascia dietro una nuvola di profumo di vaniglia. Trascina con sé gli sguardi degli uomini presenti come un tempo i cavalli nel west trascinavano i condannati sulla terra polverosa impregnandola di sangue.
Devo sbrigarmi o faccio tardi a lavoro, penso, mentre mi brucio la lingua con la rovente marmellata d’arancio del danese e lo specchio, alle spalle del barista filippino, mi rimanda l’immagine di una faccia larga e pallida, tutta sconnessa, come la luna vista troppo da vicino. La mia carne, adesso, sembra essersi afflosciata e i vestiti paiono stracci addosso a una Cenerentola qualsiasi che rientri a casa oltre lo scoccare della Mezzanotte. Quella, mi dicono della tipa, cerca il principe azzurro. Nel senso che si intende tra certe infaticabili cacciatrici dell’Eur, a cui la fata madrina porta un elenco con le dichiarazioni dei redditi e le proprietà degli scapoloni locali per decidere assieme su quali scale debba scivolare la scarpetta. Esco dal bar e mentre la vedo salire su una mini parcheggiata in doppia fila mi dico che tutto sommato sono soddisfatta delle zucche del mio orto, delle lucertole e dei topi. Ma soprattutto del fatto che a me la scarpetta sia caduta sempre nei posti più assurdi, nel vicolo buio dietro il pub, in strada mentre correvo per prendere in tempo un autobus, da qualche parte in centro mentre inciampavo in un sampietrino passeggiando come sempre col naso in aria. Oppure semplicemente nel momento sbagliato quando proprio non doveva succedere. In ogni caso sempre e comunque, per fortuna, dove pareva a lei.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: