Oggi è un buon giorno per andarsene. Il cielo è azzurro e duro come una maiolica rivestita di smalto, la luce tagliente, coi suoi raggi che paiono un set di coltelli nuovi o appena arrotati. Novembre si spegne e sento nell’aria quell’odore che non mi piace affatto. Di legna arsa, muschio ed erba umida calpestata. E presto arriverà l’inverno. E io, quando arriverà, non voglio essere qui.
Lui mi tiene con l’inganno. Va e viene. Mi dice aspetta, torno. Poi fa come gli pare. E io sempre qui, ad aspettare.
Ma stavolta no. Stavolta ho deciso.
Quando stamattina il sole si è levato in fondo al campo e la bruma…la bruma? Quando mai un tempo avrei detto “bruma”? Foschia avrei detto. Nebbia. Poi è arrivato lui, con la sua lingua arcaica e fasulla, e la foschia è diventata “bruma” e ho preso a chiamare le cose con nomi nuovi e ho imparato persino ad amare la nebbia sui campi che rende le cose indistinte.
Dicevo che stamattina, quando il sole si è levato in fondo al campo e la bruma si è dissolta, ho visto una lepre correre, voltarsi un attimo a guardarmi mestamente e poi sparire dietro la siepe, e mi sono detta: persino la natura mi commisera. Tutto corre, tutto fugge, il tempo scivola e io resto ad aspettare qualcosa che non arriverà mai, a seguire questo eterno, sfiancante andare e venire. E chissà dove sta, lui, quando non è qui con me.
Allora ho deciso. Ho deciso che me ne vado, stavolta, prima che arrivi, prima che mi spogli col suo tocco a cui non è possibile resistere e che mi tenga avvinta come il più vorace degli amanti, prosciugandomi. Lui mi fa morire ogni volta. E ogni volta risorgere quando se ne va diventa più difficile, e sento che è vicino il giorno in cui non ne sarò più capace, in cui quando se ne andrà lo farà lasciandomi svuotata per sempre.
Allora me ne andrò io prima che accada.
Del resto, devo confessarlo, sto qui da tanto di quel tempo che sono stanca. Della collina dove son rimasta sola e dell’orizzonte che una volta era spoglio e puro e ora è affollato di immonde villette. Delle lepri insolenti e di quei fiori viola che paiono gentili ma ogni tanto avvelenano qualcuno. Persino delle mie foglie e del loro fruscio, del vento molesto tra i rami e di quella strana, desolante leggerezza ora che d’estate le mele non mi spuntano più. Da anni ne nascono poche, e così piccole e vizze che a nessuno viene in mente di coglierle.
E l’unica gioia è la stretta di questo mio strano e prepotente amante che col suo tocco mi fa scordare stanchezza e dolore, mi denuda e mi ama con la sua presa di ghiaccio. Ma l’amore non basta, non basta a questo mio destino infecondo. Non basta la sua neve bianca che per così tanti anni ho amato fedelmente, non basta il suo silenzio che accerchia e stordisce e nel quale mi perdo. Non basta. Per questo me ne sto andando.
E sento la linfa che si ritrae, la vita che mi abbandona e rifluisce verso questa terra argillosa, attraverso radici che sono arterie insensibili, mentre lontano risuona il latrato di un cane.
Il sole non scalda più. E sono serena. Gioisco, persino, pensando a quando tornerà, dando per scontato che io sia qui ad aspettarlo, e invece non troverà altro che le mie spoglie silenti, a terra per l’ultima volta un tappeto di foglie ad accogliere il suo passo, e la mia corteccia nuda dove rimarginano i ricordi del nostro perduto amore.

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