Storie di V.

Sto solo aspettando. La vita non è altro che una lunga attesa del momento in cui ti incontrerò di nuovo.

***

La sua pelle sembra un’antica pergamena, una mappa del tesoro. Ancore, sirene, isole. Inchiostro verde e tratto incerto, tatuaggi da galeotto, la mano di un compagno di cella che nelle ore morte ha ricamato pazientemente storie e preghiere su quella pelle precocemente avvizzita.
V. tiene gli occhi fissi sul cranio lucido, sulle pieghe della nuca, sui pori dilatati del collo da cui spuntano ciuffi di peli grigi sfuggiti al rasoio.
A quest’ora, pensa, i suoi peli saranno così grigi. Chissà se si rade ancora completamente, si domanda. La sola volta che aveva smesso di farlo le aveva fatto una strana impressione. Aveva sfiorato quei capelli che ricrescevano ispidi come setole, e istintivamente s’era ritratta. C’era qualcosa di ripugnante in loro, in quella ruvidezza da spazzola per scarpe. Poi lui le aveva afferrato la mano. L’aveva costretta ad accarezzargli la testa a lungo, finché la mano le era diventata insensibile.
E questo qui, adesso, glielo ricorda tremendamente. I bicipiti scolpiti, tesi, le vene del collo che si gonfiano mentre parla alla bionda che gli siede davanti, sovrastandola e molleggiandosi da una gamba all’altra come fanno i borgatari rissosi che pare sempre che la terra gli scotti sotto i piedi o che stiano per pisciarsi addosso da un momento all’altro.
V. non capisce una parola di quello che dicono. Lui e la ragazza parlano una lingua strana, forse polacco. Man mano che lui alza la voce lei abbassa la sua, prende un tono sempre più piagnucoloso. Forse sta proprio per piangere. È una stupida. Non capisce che così lo farà incazzare e che incazzarsi come una bestia è proprio quello che lui vuole. Per farle pagare tutto.

***

Vivo in attesa.
Sarò il tuo incubo peggiore.
Ti cercherò ai quattro angoli del mondo. E quando ti troverò, perché ti troverò, ti farò rimpiangere i giorni della tua vita che avevi creduto i più neri.

***

Respira. Respira. Respira.
La pioggia batte sui vetri della metro in corsa, le luci del Palazzo della civiltà del lavoro brillano come oro dentro gli archi che paiono occhi, sguardi vigili nella notte scura dell’Eur.
Ma i poeti dove sono? Gli artisti? E dove gli eroi? Dove? Si chiede V. mentre gli occhi le cadono sulle cosce pallide della ragazza dove spicca un livido del colore delle banane quando marciscono. Dove?
Stupida donna.
Non vorrebbe guardare quei polsi ma non può farne a meno. All’ospedale l’hanno ricucita ben bene. Un ricamo lieve, delicato. Deve essere stato tanto tempo fa. Anche prima di questo qui, questo che adesso in una lingua dura e incomprensibile le sta dando della pu**ana.
Non c’è bisogno del dizionario per capirlo. Né della sfera di cristallo per sapere come andrà a finire.

Laurentina. Scendono tutti.
Se c’è Claudia di turno, pensa V., la invito a prenderci un caffè al bar di fronte.
L’uomo adesso ha inchiodato la bionda sulla banchina, contro il muro di travertino. Con una mano grossa come una palanca le afferra le guance, le stringe forte. Lei strizza le labbra come per un bacio, e per un attimo sembra una bambina che uno zio affettuoso costringa a un’espressione buffa. Poi lancia un grido strozzato. Lui l’afferra per i capelli, le sbatte la testa contro il muro. V. passa loro accanto, si volta a guardarli.
“Ca**o guardi?”, chiede l’uomo.
Non è lui. Anzi, non gli assomiglia per niente, pensa V. mentre sale sulla scala mobile. Sbircia nel gabbiotto ma Claudia non c’è. Ha smontato o forse aveva il turno del mattino. V. svolta sul piazzale e si lascia inghiottire dal buio, mentre sente le voci riemergere alle sue spalle. L’hanno quasi raggiunta. Lui che grida feroce, lei che lo prega con quella sua voce sottile e strascicata, simile a un topo che squittisca. Un topo con la zampetta incastrata nella rotaia che veda avvicinarsi le luci della metropolitana. Che la ammazzi, pensa V. Che la ammazzi pure. Così finisce di soffrire. Arriva al muretto dove il giorno stanno i polacchi a bere. Non c’è nessuno. L’ultima corsa è degli ubriachi, dei disperati, dei pazzi. Sono solo loro tre sul piazzale, dove la pioggia finalmente sta lavando via la puzza di birra e urina. La donna finisce a terra. V. La vede piegarsi in due mentre lui sferra il primo calcio nello stomaco. V. sente i nervi contrarsi. La memoria della carne le addenta le viscere. Ammazzala, dai! Pensa. Tanto è tua. Roba tua. Puoi farci quello che vuoi. E intanto sente il collo freddo nella mano, mentre avanza verso di loro coi capelli che s’incollano alla faccia, con un torrente freddo di pioggia che le scende tra i vestiti e la carne, lungo la schiena, tra le cosce, e ha paura che il vetro scivoli tra le dita e lo afferra ancora più saldamente e guarda in alto la luce dei lampioni scintillare come oro dentro la bottiglia marrone infranta nell’istante che precede il colpo. E con tutta la forza che ha nel braccio pianta il collo della bottiglia in quello dell’uomo, di lato, e la scheggia affilata scivola nella carne senza un suono, e la pioggia lava all’istante lo zampillo di sangue che sgorga e che le schizza sul viso, mentre quello si afferra la nuca, il collo e manda un urlo gutturale, soffocato, da bestia al macello.
Ma che vuole? Ma che ha da urlare? Vuol farmi inca**are davvero? Pensa V. estraendo il vetro e affondando di nuovo la punta più in basso, più dolcemente, con la bionda a terra che urla e si copre il viso con le mani e poi si alza in ginocchio.
Non stare in ginocchio, le dice V.
Non lasciare mai più che qualcuno ti costringa a stare in ginocchio. E le tende la mano mentre quella si ritrae, si alza in piedi scivolando e poi scappa via come una pazza traballando sui tacchi alti.
Ma che ha da urlare?
Ma non lo ha capito?
Lei no, non lo ha ancora capito, ma io adesso lo so. Io ho scoperto dove si nascondono gli eroi.

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