Il giardino

Vi avranno raccontato che è tutta colpa mia. Certo, lui va in giro a raccontarlo da una vita e ha finito per convincere tutti. Per cominciare ha convinto se stesso. E la cosa peggiore è che è talmente bravo a raggirare le persone che aveva quasi convinto quasi pure me. Se non fosse che c’ero. E posso giurarvi che non è andata affatto come dice lui. Come dicono tutti, ormai. Quando stavamo là non passava giorno che non si lamentasse della noia, delle poche cose interessanti che c’erano da fare, del fatto che non vedevamo mai nessuno e non andavamo da nessuna parte. Poi una volta andati via, dopo il casino che ha combinato, ha cominciato a lamentarsi che lavorava troppo e che stava meglio prima. Ha sempre raccontato a tutti che ero stata io. Che lui voleva tornare indietro e che io lo avevo rovinato. Ma la storia era inventata di sana pianta, con quei particolari assurdi e grotteschi che ti chiedi come è possibile che la gente ci creda. Che dia retta sempre alle sue stron*ate? Ma gli faccio passare la voglia di andare in giro a infangare il mio nome, che non c’è nessuno oggi che lo senta pronunciare senza pensare: pu**ana e bugiarda. Invece tutto è cominciato da lui.
Insomma, c’era questo bel posto, mare trasparente, gli atolli meravigliosi dove potevi andare in barca a fare le grigliate sulla sabbia finissima e farti i selfie con il pesce palla e la stella marina. Solo io e lui e nessun altro. E il bello è che non ci ricordavamo affatto come ci fossimo finiti. E quello, il padrone, ci aveva lasciato tutta l’isola, tutta per noi. Potete fare colazione quando vi pare, aveva detto. Prendere il catamarano, fare le immersioni. Andate a vedere la barriera corallina, si era raccomandato. Ci sono dei pesci che sono una meraviglia. Non a caso ce li ho fatti mettere io. Se volete potete fare il safari e vedere gli animali. Potette mangiare tutti i frutti che crescono sugli alberi, sono ricchi di vitamine, potassio, calcio, fosforo. Fanno bene alle ossa e sono l’ideale anche per chi soffre di gastrite e di digestione difficoltosa. Mi raccomando, non prendete troppo sole, che fa male alla pelle, e soprattutto state lontani dal frutto della passione. Che poi sarebbe quello giallo coi semini dentro. Prima bugia, dunque. Non era affatto una mela, come avrebbe raccontato poi lui. Non c’erano neanche le mele, lì. C’erano solo quei frutti strani, colorati, polposi.
E noi li cogliemmo e li mangiammo, ed erano buoni. E li chiamammo ananas, avocado, cocco, mango, papaya, guava. Il frutto vietato lui lo voleva chiamare Maracuja, io Passiflora edulis. Così decidemmo che ogni frutto avrebbe avuto due nomi: quello (volgare) che gli avrebbe dato lui e quello (scientifico) che gli avrei dato io. Io passavo il tempo a sezionare i frutti e a studiarne le proprietà. Volevo conoscere. Volevo capire il mondo che ci era stato affidato. E prendermene cura. Tutti i giorni annaffiavo gli alberi, li coccolavo, e ci parlavo, anche. Lui invece era piuttosto propenso a starsene stravaccato al sole, grattandosi la pancia e aspettando che i frutti cadessero dagli alberi, ma poi si accorse che quando cadevano voleva dire che erano troppo maturi e la loro polpa non era più buona da mangiare. E siccome non aveva voglia di far nulla si inventò che toccava a me raccoglierli perché il capo aveva detto così. E io dissi: quale capo? E lui: il proprietario di tutto, qui. E io: quello non è il mio capo. Il mio capo sono io. E comunque non mi pare abbia mai detto niente su come dobbiamo regolarci per il lavoro, quindi a raccogliere i frutti facciamo un giorno per uno, non ti inventare ca**ate.
Senonché il giorno dopo, visto che mi ero messa a riposo e lui aveva fame, che si sentiva il suo stomaco brontolare fin sugli atolli, si decise a salire su un albero per cogliere i frutti. Ma dato che ultimamente non aveva fatto molto moto ed era un po’ fuori forma cadde rovinosamente e si ferì con la corteccia dell’albero. Io lo vedevo da lontano, mentre me ne stavo sdraiata sulla sabbia a intagliare una statuetta di legno. Feci finta di niente per non metterlo in imbarazzo. Lo vidi mentre cercava di medicarsi con delle foglie di banano e tra me e me pensavo che era proprio un cretino e che si sarebbe procurato un’infezione. Infatti fu quello che accadde, e per giorni se ne andò in giro con una ferita purulenta. Impietosita, raccolsi delle foglie di moringa oleifera e preparai un infuso che gli feci bere. “L’ho chiamato albero della vita”, gli dissi. “Studiandolo ho scoperto che ha straordinarie proprietà curative”.
Lui mi guardò torvo, diffidente, come se volessi avvelenarlo. Poi mandò giù l’infuso tutto d’un fiato. Stette per conto suo tutta la sera, intento a tagliare canne per costruirsi un riparo.
“Ma contro chi?”, gli chiesi. “Qui non piove mai e non ci sono neanche animali feroci.”
Ma lui niente, diceva che il mondo era pieno di insidie.
Il giorno dopo comunque era guarito del tutto e la ferita si vedeva appena.
Al mattino lo incontrai che si stava forgiando una lancia.
“Vuoi pescare?” gli chiesi.
E lui: “No. Tu pescherai per me, donna”.
E io: “Ti sei bevuto il cervello?”
E lui: “Ti sei chiesta come sei arrivata qui?”
Io alzai le spalle.
E lui, puntando un dito sulla ferita sopra la costola che io gli avevo guarito: “Guarda!” disse “Dio mi ha tolto una costola per creare te. Perché io avessi una compagna che mi servisse e avesse cura di me”.
“A casa mia questa si chiama schiava” risposi. “E poi la ferita te la sei procurata cadendo dall’albero, e io ti ho curato. Hai la memoria corta”
“Sbagli, donna. Tu metti in discussione la parola di Dio”
“Ma chi sarebbe questo Dio?”
“Il padrone della baracca. Lui mi ha addormentato e mi ha tolto la costola. E quando mi sono svegliato tu eri qui”
“Certo che con le bugie ci fai camminare le canoe”, risposi. “Così non può funzionare”
“Non discutere, donna. E adesso vammi a fare un estratto di papaya e frutto della passione. Con lo zenzero”, disse lui rimettendosi a lavoro sulla sua lancia.
“Razza di citrullo, non ci penso neanche”, gli dissi a brutto muso.
Lui sì alzò, mi si accostò e mi assestò un colpo in viso così forte da farmi vacillare. Rimasi immobile, stupefatta. Non avevo mai provato una sensazione simile fino a quel momento. La chiamai dolore. Mai fino ad allora mi ero immaginata, neanche per un istante, che colui che doveva condividere con me la cura di quel luogo che ci era stato affidato potesse rivoltarmisi contro in quel modo. Mi sfiorai il viso con la mano nel punto in cui mi aveva schiaffeggiata e sentii che la guancia era calda e bruciava.
“Tu credi di poter fare come ti pare? Credi di poterti fare le regole a modo tuo? Io non ti faccio da serva e tu non prenderai quel frutto, perché quel signore gentile ci ha chiesto di non toccarlo. Avrà avuto i suoi buoni motivi, no?”
Allora lui si allontanò su tutte le furie. Lo vidi raggiungere l’albero di Maracuja, afferrare i frutti e gettarli rabbiosamente a terra uno dopo l’altro fino a che l’albero non fu completamente spoglio. Compresi allora che quello era solo l’inizio. Che il suo istinto distruttivo non si sarebbe mai placato. Che avrebbe trovato un alibi per ogni suo comportamento. Gettava a terra i bei frutti uno dopo l’altro e li calpestava. E poi, non pago, strappò tutti i fiori. Quei bei fiori viola belli e carnosi. I fiori dell’albero che avevo curato e amato dal giorno in cui mi ero svegliata. Sentii qualcosa di caldo e umido scivolare sulle mie guance, assaporai quelle gocce, sentii che erano salate e le chiamai lacrime.
L’indomani il signore del giardino venne a trovarci, e quando si accorse che l’albero era spoglio si infuriò con noi. Lui allora s’inventò la fandonia del serpente e disse che io avevo accettato il frutto e poi avevo insistito per farlo mangiare anche a lui. Ma il signore del giardino, che non era un cretino, guardò i frutti schiacciati a terra e capì come erano andate le cose. Disse che avrebbe voluto cacciare solo lui, che era palesemente l’autore del misfatto, ma che dato che eravamo al mondo per generare una progenie non poteva separarci e quindi ci mandò via entrambi. Ci dovremmo cercare un lavoro, anche se lui è andato sempre in giro a raccontare che lavorava solo lui (ennesima fandonia!). La verità è che io lavoravo il doppio: fuori casa e dentro casa. E quando rimasi incinta fu anche peggio. Comunque mi sono bastati due anni là fuori per capire quale sarebbe stato il mio destino se non mi fossi data una svegliata, così lo mollai. Me ne andai coi bambini: di giorno lavoravo e la sera studiavo. Feci un corso di specializzazione, mi trovai un lavoro migliore e mi comprai una casa. E devo dire che quando ripenso a quell’acqua trasparente, alle meraviglie della barriera corallina, alla dolcezza di quei frutti, alla tranquillità del tempo in cui non dovevo guadagnarmi nulla non provo alcuna nostalgia. Ho finito, invece, per convincermi che la vita per me è cominciata proprio quando mi sono lasciata alle spalle il giardino dell’Eden.
Perché in fondo, ora lo so, questa storia del Paradiso è molto sopravvalutata.

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