L’ultima notte

Mica m’ero mai accorta di questo rumore di fondo che di notte si srotola fin sotto la mia finestra. Sono onde, onde che s’infrangono l’una sull’altra, ripetitive, monotone. Ma non è il mare. È il traffico della Laurentina, che sta a un paio di traverse da qui. Sento gli autobus che arrancano verso il deposito come solitari mostri notturni, padroni della strada. E mi chiedo: dove sono stata fino a oggi?
È che ho vissuto così di corsa che il tempo di starmene senza far niente, ad ascoltare il mondo, non ce l’ho avuto mai prima d’ora.
Adesso sì.
Adesso pare una vita che me ne sto sdraiata qui, immobile, e ho tutto il tempo di sentire, di vedere, di pensare.
Il tempo m’attraversa. E non c’è prima, dopo, mentre, sempre, mai. Tutti concetti che mi restano dentro come aloni lasciati dai bicchieri su un tavolo di cristallo alla fine di una festa, e che presto spariranno. E tutto sarà trasparente. Come il cristallo.
Poteva almeno spegnere la luce, Cristo santo! Che il contatore gira.
Direte: che te ne frega, ormai!
È vero. Però mi rode lo stesso. Mi pare uno sfregio.
Comunque tutto sommato è un sollievo star qui e non doversi preoccupare di tutte le cose da fare, di tutte le scelte da compiere. Ed essere libera, finalmente, dall’ansia, dal senso di colpa. Dalla paura. Soprattutto da quella. La paura di una porta che sbatte. Della macchina che rientra in garage e dei passi sulle scale. Lenti e strascicati da ubriaco o rapidi, nervosi. Quei passi che mi facevano capire già tutto.
Adesso aspetto altri passi, di qualcuno che mi venga a trovare, a portare via. Ma qui non arriva nessuno.
Stanotte un gabbiano si è messo a strillare dai tetti, folle di nostalgia per il suo mare. Ma allora perché non ci torna? Perché, mi chiedo, non se ne va da questa periferia triste, da questi palazzoni grigi che la sera grattano il cielo fino a farlo sanguinare? Da qui a Ostia in volo quanto ci potrà volere? Invece se ne sta tutto il giorno a rovistare tra i cumuli d’immondizia abbandonati sul ciglio della strada o sulla scarpata della marana di Tor Pagnotta. Ma io in fondo lo capisco. Non è facile andarsene, anche quando intorno a te non c’è altro che spazzatura. Si fa presto a dire scappa, vattene. Ma che ne sa la gente? Che ne sa di quello che vuol dire abituarsi a mangiare rifiuti, dimenticarsi com’era prima, essere storditi dalla vita al punto da perdere la strada del ritorno. E chi lo sa più, alla fine, se quella strada c’è o te la sei solo sognata. Se c’è mai stato quel giardino verde con l’altalena, l’albero di visciole, l’odore del rosmarino e della mentuccia, la vasca di pietra col fondo inclinato per pigiare l’uva.
Chissà se c’è mai stato altro prima di questa topaia, prima dell’amore finto che m’ha avvelenato la vita. Di questa fine dura, in fondo attesa da sempre.
Sussulto.
Passi pesanti sul pianerottolo.
Ma non ho paura.
Non può succedermi più niente ormai.
Suonano il campanello, bussano forte, chiamano me. Un istante di silenzio ancora e poi li sento armeggiare con la serratura.
La porta si apre. Entrano. Quanti sono? Non li posso vedere. È tardi ormai. Posso solo sentire l’eco remota delle loro voci quando entrano nella mia stanza dove giaccio ai piedi del letto, dove ho aspettato per una vita che qualcuno si ricordasse di me. Adesso i suoni si attutiscono. Il mondo così come l’ho conosciuto svanisce a poco a poco.
Tra poco mi porteranno via. Laveranno il sangue. E io potrò mettermi finalmente in cammino. E scoprire se la strada del ritorno esiste davvero. O se anche quella, alla fine, non era nient’altro che un’illusione.

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