Espiazione

“Ah, stai qua. Mi pareva strano che te ne fossi andato”, disse Pietro entrando in cucina.
“E dove me de dovrei andare? Stavo al bagno. Tu, piuttosto, hai fatto tardi”.
“Beh? Che mi controlli l’orario? Non sei mica mia moglie!”
Pietro prese una bottiglia di birra dal frigo, la stappò e se ne scolo’ una metà all’istante, in piedi in mezzo alla cucina, accaldato, rivoli di sudore che gli colavano lungo le tempie.
Tirò fuori un pasticcio avanzato e lo infilò nel microonde. Con gli avanzi e la birra andò a buttarsi sul divano. Si tolse la cintura e posò la pistola sul tavolino basso accanto a sé. Si sfilò la scarpa destra con l’aiuto del piede sinistro e viceversa.
L’odore dolciastro, nauseante della pasta riscaldata aveva saturato la stanza.
“Questo ca**o di telecomando!” imprecò sbattendolo forte sulla coscia, più per sfogare la propria rabbia che per rianimare l’oggetto.
“Forse sono le batterie”.
“Le ho cambiate la settimana scorsa. È che è andato. Pure lui”.
“Ti tocca alzare il sedere”.
Pietro grugnì, si alzò, accese la TV e la sintonizzò su un programma di wrestling.
Poi andò in cucina a prendere una seconda birra, inseguito dalla voce del cronista: “Siamo al momento culminante della nostra serata. Oscar Gutierrez, alias Rey Mysterio, incontra Pedro Aguayo Ramirez in un match due contro due che promette grande tensione”.
Tornato sul divano si accese una sigaretta.
“Ci sei andato?”
Pietro continuò a seguire l’incontro, senza rispondere e senza staccare gli occhi dalla TV.
“Allora? Ci sei andato o no?”. La voce intanto si era fatta più vicina.
“Come? Come facevo ad andarci? Sono stato tutto il giorno a lavoro, ho dovuto portare la macchina dal meccanico, non ho avuto neanche il tempo di pisciare”.
“Però il tempo di andare a farti due birre al pub insieme a quel testa di ca**o di Angelo l’hai trovato”.
Pietro si rabbuiò.
“Gutierrez è stato tre volte campione del mondo – continuava il cronista – C’è veramente tutto quello che serve
per un buon incontro di wrestling…guardate! Guardate che scambio!”.
Era spossato. L’afa mordeva come un cane arrabbiato e persino la divisa estiva era troppo pesante con quelle temperature. Si tolse la cravatta e appoggiò i piedi sul tavolino. La pillola della pressione! Se non l’avesse presa adesso, nell’ultimo attimo di lucidità, avrebbe finito per scordarsene un’altra volta. Ma chi aveva voglia di alzarsi di nuovo? E in fondo che differenza poteva fare? Sarebbe crepato presto lo stesso. Con un proiettile in testa. O, più semplicemente, di noia. Lo avrebbe ucciso quella vita di merda. Tutto il giorno in piedi, a guardare la gente entrare e uscire dalla banca, senza potersi muovere. E poi una pausa pranzo di cinque minuti. Un panino disgustoso che ti si piazza sullo stomaco, la spesa al discount con i buoni pasto da quattro euro e la sera al rientro a casa un cumulo di conti da pagare. Tutto questo per uno stipendio da fame. Per indossare una divisa di serie B. Che se fosse morto in servizio neanche il funerale di stato gli sarebbe toccato.
Non che gliene fregasse granché di quello che ne sarebbe stato di lui una volta ficcato in una cassa.
“Sai cosa devi fare, vero?”. La voce aveva perso ormai ogni nota familiare. Si era fatta grave, cupa.
“Io non devo fare proprio niente”, rispose Pietro.
“Mysterio incalza il suo avversario, e colpisce, colpisce ancora…è una macchina da guerra!”
“Io invece credo proprio di sì”.
Pietro finí la birra. Era l’ultima. La camicia era zuppa di sudore. Aveva bisogno di una doccia, ma all’idea di alzarsi sentiva la morsa di due braccia vigorose, braccia possenti da wrestler, che lo tenevano avvinghiato, schiacciato contro il divano come contro le corde di un ring.
“Ed ecco che Mysterio sferra un calcio al volo contro Ramirez, e lo colpisce al collo. Ramirez finisce sulle corde, si accascia. E l’incontro continua…”.
Quel maledetto pasticcio. Bruciava nello stomaco come fuoco vivo. Per quanti giorni era rimasto in frigo? Pietro fece un rapido calcolo nel tentativo di ricordare quand’è che aveva avuto il turno di notte e il giorno dopo aveva pulito casa e si era preparato quel pranzo immondo. Era martedì. Il pasticcio faceva schifo già appena cucinato, poi aveva dimenticato di surgelarlo e infine si era detto che tanto lo avrebbe finto la sera stessa, invece la sera Barbara si era presentata a casa con quella storia dei soldi del mantenimento, neanche fosse stato uno che poteva permettersi di lavorare in nero, non pagare le tasse e gli alimenti. E fatto sta gli era passato l’appetito.
I brividi lo scuotevano come se un esercito di formiche gli stesse risalendo su per le ossa.
“Mysterio sferra ancora un calcio contro l’avversario alle corde. Ma che succede? Ramirez non si rialza, resta accasciato. L’arbitro si avvicina. Sembra ci sia qualcosa che non va”.
Non era colpa sua. Non l’aveva mica ammazzato lui. Ai brividi e al bruciore di stomaco si aggiunsero i crampi addominali e la nausea.
Ci aveva pensato sul serio all’appuntamento col notaio, ma le ore erano passate e alla fine aveva lasciato perdere. Aveva pensato di poterlo evitare. Che non fosse poi davvero necessario.
Si alzò e si trascinò in bagno. Lo scroscio d’acqua della doccia gli diede un sollievo immediato ma di breve durata. I crampi e la nausea continuavano, e i brividi, e quella sensazione di apocalisse imminente, non facevano che aumentare.
“Allora? Ci godiamo la vita, eh?” chiese la voce, che lo aveva raggiunto sotto la doccia.
Godersi la vita. Un’espressione che oramai suonava vuota, prova di significato. “Lasciami in pace!”.
Ancora una volta rivide il film di quello che era successo, come faceva oramai ogni giorno, la mattina mentre si radeva o si lavava i denti, quando se ne stava in piedi all’ingresso della banca sotto il sole cocente o aiutava una vecchietta a cui si era inceppata la chiave nell’armadietto difettoso. O la sera, scolandosi una birra davanti alla TV.
Era andata che doveva esserci lui, quel giorno. E invece quel proiettile era finito nella testa sbagliata. Gli pareva di sentirne il sibilo, il crepitio folgorante mentre attraversava i capelli, la cute, i muscoli e il cranio, per poi affondare nel liquido cerebrospinale. Poteva sentire i tessuti bruciare. Sentirne l’odore. Aveva visto le foto. Non aveva avuto nemmeno il coraggio di andare all’obitorio a vederlo.
“Ramirez viene portato fuori dal ring”.
Non poteva immaginare una cosa del genere. Erano arrivati coi volti coperti e le armi in mano. E avevano sparato. Senza esitazione. Come se non fossero stati lì per una rapina, ma per ammazzare. A sangue freddo. I crampi erano lancinanti. Pietro andò in bagno e vomitò la cena. Per un attimo si sentì meglio. Tornò in salotto. Frugò nei cassetti alla ricerca di carta e penna. La trovò nel mobile dell’ingresso. Un blocchetto a quadretti ingiallito e una penna a sfera blu. Ricordava esattamente tutto quello che avrebbe dovuto fare. Due copie, interamente scritte di suo pugno, datate e sottoscritte. In un altro cassetto trovò il testamento precedente, che aveva redatto qualche anno prima, quando aveva cominciato quel dannato lavoro. L’avrebbe copiato, solo stabilendo che un terzo dei suoi averi andasse a lei. Alla ragazza. Ci si sarebbe pagata gli studi. Era quello che restava dei soldi lasciatigli in eredità da suo padre, guadagnati in un una vita di lavoro e sacrifici guidando un tir da un angolo all’altro del paese, giorno e notte, senza conoscere sabati né domeniche. Soldi a cui lui non era stato capace di aggiungere nemmeno un euro. Semmai se ne era bevuti quasi la metà.
Rilesse quello che aveva scritto. Chiuse i due documenti in una busta da lettera. Ci scrisse sopra il nome e l’indirizzo della ragazza e la appoggiò sul tavolo.
“E adesso ci siamo messi a posto la coscienza, vero?”, chiese la voce con un’eco cavernosa.
“Non era questo che volevi? Che sistemassi le cose? Che mi preoccupassi di tua figlia?”.
La nausea era tornata, ancora più forte. Un ronzio gli riempiva la testa. Da quel rumore indistinto che usciva dalla TV Pietro ricavò una sola informazione. Ramirez era stato trasportato in ospedale e lì era morto a causa di una frattura cervicale causata dal dropkick dell’avversario. Quel buffone con la maschera a un passo dalla fine della sua carriera si era trasformato da eroe della lotta libera in assassino.
Era stato lui. L’aveva ammazzato lui. Aveva premuto lui il grilletto. L’aveva fatto chiamandolo la sera prima e chiedendogli di sostituirlo l’indomani. Perché lui aveva una visita medica urgente, aveva detto. Ma in realtà per incontrare lei, per combinare le cose al meglio ed evitarle di doversi inventare l’ennesima scusa col marito.
E non era stato neanche granché.
Pietro sì riavviò i capelli, indossò la cintura, si sistemò la divisa. Prese la pistola e sedette sul divano. Forse la voce se ne sarebbe andata da sola. Forse non ci sarebbe stato bisogno di spingersi tanto lontano.
Chiuse gli occhi, li strinse finché non apparirono le macchie bianche sotto le palpebre e poi, più forte che poteva, incominciò a pregare. Quando suonarono alla porta si alzò a fatica. Infilò la pistola nella cintura. Avrebbe fatto quello che la voce esigeva da lui. Solo quando se la trovò davanti, il viso stanco, invecchiato di colpo di dieci anni dall’abito scuro vedovile, gli occhi gonfi e il rimmel colato, la rete di rughe sul collo e i capillari dilatati sulle guance e la fronte; solo quando vide davvero per la prima volta la tristezza di quella vita schiudersi come un abisso vorace che bramava qualcun altro da inghiottire, solo allora comprese quale sarebbe stata la sua lunga, infinita espiazione.

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