Girasoli

“Adesso non ce la faccio, sono troppo stanca. Voglio solo starmene sdraiata a leggere. Scusami”.
“Non devi scusarti”, disse lui allontanando la mano dalla sua pancia e ritirandosi nella propria parte del letto. Era contrariato ma cosciente di non potersela prendere con lei. Di non potersela prendere con nessuno.
“Vado a farmi una doccia”, disse soltanto.
Lidia rispose con un mormorio distratto, senza neppure alzare gli occhi dal romanzo in cui era immersa.
Erano le due del pomeriggio. Una volta era la loro ora preferita per il sesso. Ricordava bene il lento movimento vellutato, languido, con cui un tempo lo attirava a sé. Le pupille dilatate dall’eccitazione. Il suo modo felino di strusciarglisi contro. L’odore acre, ormonale, che respirava tra i suoi capelli, sul viso, sulla bocca, sul collo, sotto le ascelle e in mezzo alle cosce.
Ricordava finestre aperte sul mare in una stanza d’albergo e corpi intrecciati nell’aria afosa, opprimente, carica di salsedine. Lenzuola bagnate dal sudore di lei.
“Scendo giù”, disse una volta pronto. “Vado a fare due passi”.
“Con questo caldo?”, chiese lei.
“Non sono venuto qui per starmene a letto tutto il giorno. Quello potevo farlo benissimo a casa”.
Lidia gli rivolse un’occhiata lievemente interrogativa dietro gli occhiali da lettura, poi tornò al suo libro.
Una volta uscito, Gianni fu investito da un’ondata di calore sfiancante e all’improvviso si rese conto che era troppo presto per passeggiare, e che a spingerlo fuori era stata l’irrequietezza di un momento. Si fermò all’ombra del portico, indeciso. Si guardò intorno per accertarsi che la sua esitazione non avesse spettatori.
La ragazza era là, a pochi passi da lui. Se ne stava seduta all’ombra di un ulivo e lo osservava, fumando qualcosa che non aveva l’aria di una semplice sigaretta.
Fece qualche passo verso di lei, che intanto aveva riconosciuto come la figlia della proprietaria. Era magra, abbronzata, le cosce e le gambe coperte da una peluria dorata che le conferiva un’aria da animale selvatico.
“È possibile noleggiare una bici?” le chiese, più per dare l’idea di avere un obiettivo in mente che non perché ne avesse veramente voglia.
“Non ce sono. Sono tutte già prese da un gruppo che è andato in gita stamattina”, rispose la ragazza buttando il fumo fuori da un angolo della bocca. Gianni fu sollevato da quella risposta. Non aveva realmente intenzione di faticare.
“Che altro si può fare da queste parti?”, chiese.
“Un giro a cavallo, ma ancora è presto. Il ragazzo del maneggio arriva tra un’ora”.
Aveva una montagna di capelli arrotolati in lunghe corde rasta che le scendevano fino ai lombi. Gianni si chiese che effetto gli avrebbe fatto passare la mano in quel groviglio e il pensiero lo eccitò. La ragazza reclino’ la testa da un lato, fissandolo con aria diffidente, quasi gli avesse letto nel pensiero.
“Se vuole però posso aprire la piscina, anche se ancora mancherebbero venti minuti”.
“Non ho il costume”, rispose lui.
Lei lo fissò in silenzio, come se si aspettasse qualcos’altro. Poi disse: “Posso prestarle quello di Joseph. Ha più o meno la sua taglia. È il ragazzo dei cavalli”.
A Gianni parve scortese rifiutare, e poi pensò che una bella nuotata lo avrebbe rinfrescato.
Andò a cambiarsi nel bagno al pianterreno. Il costume era effettivamente della sua taglia, ma rispondeva al gusto di un ragazzino sportivo di vent’anni. Un paio di vistosi slip verde acceso. Da una vita non indossava altro che boxer dai colori sobri, ma guardandosi allo specchio del bagno e tirando dentro la pancia pensò di potersela ancora cavare. Trovo’ la ragazza a bordo piscina. Si era cambiata anche lei e ora indossava dei bermuda da uomo troppo grandi, che avevano l’aria di volersi sfilare al primo tuffo. Gianni pensò che forse li aveva indossati proprio per quello, per dare l’impressione che i vestiti e la vita stessa potessero scivolarle via di dosso come niente fosse, da un momento all’altro.
Stava ripulendo la piscina dagli insetti con un retino dal lungo manico, la sigaretta penzolante da un angolo della bocca e i capelli tirati su con un elastico. Quando lo vide arrivare lo soppesò con occhio esercitato da commessa di negozio. “Avevo visto giusto”, commentò.
Gianni le sorrise. Tuffandosi si sforzò di richiamare la memoria dei muscoli per imprimere eleganza e vigore giovanile al gesto. È vero, pensò, che quando il corpo impara qualcosa non lo dimentica più: andare in bicicletta, a cavallo o nuotare. Lo apprendi a un certo punto della vita e il movimento ti resta inciso dentro come l’invisibile traccia musicale di un vinile. D’altro canto il disco si consuma col tempo e la musica non sarà mai più la stessa, ascolto dopo ascolto. Anche con Lidia era la stessa cosa. Un lento movimento che di quello iniziale conservava oramai soltanto l’apparenza.
La ragazza si tuffò a sua volta, fece un paio di vasche e uscì. I boxer si rivelarono più tenaci di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Gianni, sdraiato sul lettino, non riusciva a staccare gli occhi dal piercing che luccicava accanto all’ombelico di lei. Tutto il suo corpo color miele era illuminato da minuscole gocce impertinenti che catturavano la luce del sole.
***
Quella sera Gianni e Lidia andarono a letto presto. Fecero l’amore con la consueta, pigra parsimonia che caratterizzava ormai i loro rapporti. È come un piatto vegano, pensò Gianni. Con ingredienti che tentano di sembrare qualcosa di diverso da quello che sono. Seitan camuffato da carne. Insapore. Tutto finí pacatamente come era cominciato e nel giro di pochi minuti scivolò in un sonno profondo.
Si svegliò di soprassalto nel cuore della notte, il fiato corto, i vestiti zuppi di sudore. Si girò di lato e tentò di riprendere il filo del sogno nel punto in cui si era interrotto. La ragazza con la faccia schiacciata sul morbido lettino della piscina, i boxer scivolati attorno alle caviglie, le natiche bianche, sode, su cui risaltavano i segni rossi dei morsi.
***
Lidia faceva colazione con latte di soia, muesli e kiwi: per mettere in moto l’intestino, diceva. Lui si riempì il piatto di uova e pancetta e ordinò un espresso doppio.
“Che ne diresti di un giro a cavallo?” le chiese.
“Oddio, pensavo a una mattinata più pigra”.
“Tipo?”
“Tipo starmene in piscina a leggere?”
Quell’abitudine di mettere il punto interrogativo alla fine di una frase anche quando non era una domanda un tempo lo aveva divertito. Durante il corteggiamento aveva ispirato a lungo le sue punzecchiature da innamorato. Ora gli appariva un ridicolo vezzo da ragazzina di mezza età. Come il suo modo di gesticolare, di arrotolarsi una ciocca di capelli intorno al dito mentre ascoltava distrattamente il suo interlocutore, o di tenere le braccia a mezz’aria con fare da gran dama, lasciando penzolare in avanti le mani come se lo smalto si stesse perennemente asciugando.
“Ok, allora facciamo che vado a fare un salto in paese a comprare i giornali”. Non le avrebbe permesso di risucchiarlo nelle sabbie mobili di un’altra giornata statica. Prese la macchina e andò in paese. Compro’ due quotidiani e una rivista di auto.
Sulla via del ritorno incontrò la ragazza che camminava lentamente, come se non avesse una meta precisa. Rallentò e abbassò il finestrino.
“Vuoi uno strappo?” le chiese.
Lei strizzò gli occhi come colpita da un’idea piombatagli addosso da molto lontano. Quindi annui’ e salì in macchina.
L’odore dell’erba invase l’abitacolo in un istante. Non si era preoccupata di buttare la canna, o di chiedere il permesso di fumare.
Gianni si maledisse per essersi fermato.
Lidia avrebbe riconosciuto immediatamente l’odore, e non sarebbe bastato lasciare i finestrini abbassati per neutralizzarlo.
“No, scusa, devo chiederti di buttarla. Mia moglie non fuma e non sopporta che altri lo facciano nella nostra macchina”.
“Ok. Allora lasciami qui”.
“Senti, non è per essere scortese…è che…”.
“Ma certo, è chiaro”.
Chiaro cosa? Era chiaro solo che lo aveva fatto apposta. Per metterlo alla prova. Per vedere come avrebbe reagito. Non poteva essere davvero così primitiva.
Accostò.
“Grazie lo stesso”, disse lei allontanandosi.
Quando ripartì, Gianni la spiò nello specchietto retrovisore. Camminava sul ciglio della strada, lievemente barcollante, come certe volpi colpite da un’auto in corsa, che si rimettono in piedi e riprendono a vagare intorno al luogo dello scampato pericolo, ma solo per finire schiacciate dal veicolo successivo.
***
L’indomani Gianni tornò in paese alla stessa ora, e al ritorno la incontrò nuovamente lungo la strada. Stavolta camminava immersa nella lettura.
Gianni le si accostò.
“Buongiorno. Stavolta te lo posso dare senza
problemi un passaggio. Quello in macchina ce lo puoi portare”, disse indicando il libro.
Lei lo guardò come avrebbe guardato un topo appena sbucato dai campi.
“Cosa leggi di bello?”, le chiese, sentendo di essere partito male e di dover recuperare a ogni costo.
“Siddharta”, rispose lei mostrandogli la copertina verde del tascabile, quasi a voler suffragare la veridicità della risposta.
“Comunque oggi un tiro me lo sarei fatto anch’io”, si sentì dire Gianni. La frase si era materializzata in onde sonore prima ancora che in forma di pensiero nella sua testa.
“Va bene. Allora andiamo”, disse lei col tono con cui avrebbe potuto chiedergli di levarsi di torno.
Gianni non fumava da almeno vent’anni e in quel momento la prospettiva gli parve eccitante e ridicola al tempo stesso.
La ragazza salì in macchina, gli chiese di fare retromarcia e lo guidò lungo un sentiero sterrato che si perdeva tra i campi di girasole.
“Fermati qui”.
Scesero dall’auto e si incamminarono in mezzo al campo. Gianni la seguiva ipnotizzato da quell’ostinata laconicità puerile.
“Sei mai stato in un campo di girasoli?” chiese lei invitandolo a sedersi in un piccolo spiazzo dove le piante erano più rade.
Gianni scosse la testa. All’improvviso si sentì goffo e fasullo.
Lei tirò fuori dalle tasche tutto l’occorrente. Tagliò la cartina, riempì di tabacco ed erba la mano raccolta a coppa e lavorò rapidamente la canna con le lunghe dita sottili dalle unghie mangiucchiate. Quando aspirò la prima boccata di fumo apparve sollevata come se avesse appena risolto un rompicapo che l’assillava da tempo.
“Sai perché i girasoli seguono il sole?”, gli chiese.
“Bah, per cercare…energia, immagino”.
“Ormoni”
Lui aggrottò la fronte.
“Hanno una specie di ormone vegetale che risponde alla luce e che li fa muovere. Ma non è che tutte le piante funzionino allo stesso modo. Le piante mature non hanno bisogno di molta energia e quindi si muovono molto meno. Sono le più giovani che continuano a seguire il cammino del sole in cerca di nutrimento”.
Il sole a picco bruciava la testa, surriscaldava i pensieri. Le piante li sovrastavano coi loro fusti ruvidi e irsuti. Visti da sotto i fiori erano particolarmente brutti. A stare lì in mezzo, con tutte quelle teste di girasole voltate nella stessa direzione, Gianni si sentì come un bambino allo stadio per un concerto, in mezzo a un pubblico di adulti.
Avrebbe voluto alzarsi, tornare in camera sua e farsi una doccia gelata. Ma si sentiva inchiodato a terra, le membra pesanti come per un colpo di calore. Forse per colpa del fumo. Provava una stretta nauseante alla bocca dello stomaco.
A un tratto vide la propria mano sollevarsi, staccata dal suo corpo come quella di un estraneo. La vide tendersi verso il viso di lei, accarezzarlo dolcemente, poi afferrarle i capelli all’altezza della nuca per attirarla a sé. Quando con la lingua incontrò i suoi denti sentì risvegliarsi una memoria lungamente sopita, quella di un movimento appreso da tempo e poi dimenticato.
***
“Ha detto che avevo problemi con il primo chakra. Quello della fisicità”, disse Lidia.
Gianni era stanco. Si gettò sul letto e chiuse gli occhi. Sulla retina aveva ancora impresse le macchie gialle di mille girasoli. Girasoli giovani, carichi di ormoni, che cercavano avidamente il sole.
“Adesso sostiene di avermelo sbloccato. Che tipa. Hai capito? Quello che vive qui non è il marito. Il marito l’ha lasciata dieci anni fa, senza un euro, senza pagarle gli alimenti, per sputtanarsi tutti i soldi con un’altra. E la ragazzina aveva solo sei anni. E poi lei ha mollato tutto, è venuta a stare qui e ha avviato quest’attività. Questo era il casale dei genitori. Una meraviglia vivere in un posto così, no?”.
“Ma Lidia, se non hai neanche un paio di scarpe da ginnastica? Tu odi la campagna”.
Lei rise. Una risatina compiaciuta, cinguettante, da eterna ragazzina.
***
La trovò sullo spiazzo di ghiaia che stendeva le lenzuola. Aveva raccolto i capelli sulla nuca e indossava dei jeans e una t-shirt gialla di una taglia più grande della sua.
Al rumore dei suoi passi si voltò e lo guardò coi suoi occhi trasparenti e lucidi.
Le parole gli morirono sulle labbra nel momento in cui Lidia uscì a sua volta sotto il patio trascinando il pesante trolley rosso.
Gianni salutò la ragazza con un gesto fugace della mano. Caricò la valigia in auto, mise in moto, accese l’aria condizionata e la radio. Nello specchietto retrovisore la vide un’ultima volta, dritta e immobile, la mano levata sulla fronte a ripararsi dal sole, evanescente come una sagoma umana stampata su un muro dalle radiazioni di un’esplosione nucleare. Intanto il sole allo zenit bruciava i campi e faceva risplendere in lontananza la distesa fluorescente dei girasoli nel loro eterno, infinito movimento.

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