In volo

Ricordo la prima volta che lo incontrai.
“Che fai laggiù?”, mi chiese.
“Niente”, risposi, e avvampai senza sapere perché.
“Non è possibile. Non si sta mai veramente senza fare niente. Non lo sai che la natura rifugge il vuoto?”, scherzo’.
“Beh, allora diciamo che sto qui e guardo il mare, va meglio?”.
“E cosa vedi del mare, stando laggiù?”
“Quello che mi basta”.
“Quello che ti fai bastare, mi dirai”.
“Vedo la linea blu dietro le case. Che altro c’è da vedere? E poi a me il mare manco mi piace”.
Lui fece una risata profonda, vibrante.
“Vieni a fare un giro”, propose.
E io: “E dove?”
E lui: “quassù, con me. Ti porto a vedere il mare. A vederlo davvero”.
“Ma dove? Ma di che parli?”
E lui: “Il cielo è sereno, fa caldo e le correnti sono buone. Vieni con me, dai”.
E io: “Ma vieni dove? Mica so volare, io”.
Lui mi guardò con i suoi tondi occhi scuri che secondo me vedono attraverso le cose. Lasciò il suo albero e con un elegante slancio planò accanto a me, dove me ne stavo rincantucciata a pulirmi le piume.
“Come sarebbe a dire che non sai volare?”, chiese.
“Non so volare”, risposi stizzita. “Non è che adesso tutti dobbiamo fare le stesse cose. Odio questo conformismo. Adesso perché hai le ali devi volare per forza? Dove sta scritto? Sono ruoli che la società ci impone”.
“Ruoli che la società ci impone”, ripete’ lui.
“Si può avere le ali e non aver voglia di volare”, proseguii. “Guarda le galline, i tacchini…i…pavoni, ecco, guarda i pavoni!”.
“I pavoni volano, per tua informazione”, rispose.
Lo guardai di traverso.
“Di rado, ma volano – prosegui’ – soprattutto in caso di pericolo, per sfuggire ai predatori”.
“Vabbè, sono dettagli. Non è che questo li renda migliori. Tu, per esempio, ti senti migliore di me? Credi di fare una gran cosa a startene tutto il giorno lassù a sfruttare le correnti ascensionali, che quasi non ti tocca neanche sbattere le ali? Per poi avventarti in picchiata sulle creature più lente e deboli e sbranarle per sfamarti? Bella roba. E vieni a insegnare a me come vivere? Io sono vegana, sai?”
“Sei vegana e non voli. Strana creatura, che sei”.
“Strana, si. E sto bene così”.
“Quindi niente mare?”
“Niente mare, grazie”.
“Bene. Allora buon proseguimento. Divertiti. E mi raccomando, pulisciti bene quelle piume”. E così dicendo volo’ via, dispiegando le sue enormi ali color ardesia. A vederlo così provai una dolorosa nostalgia del cielo.
Dopo quella prima volta non lo vidi per molti giorni. Quando si ripresento’ l’estate stava per cominciare.
“In questi giorni c’è la luce più intensa dell’anno”, esordi’ senza neppure salutare. “Sarà così ancora per pochi giorni”.
“Tanto meglio – risposi – io detesto la luce”. Non riuscivo a impedirmi di rispondergli sgarbatamente.
“Dovevi nascere pipistrello”, disse.
Risi, mio malgrado. Mi piaceva. Mi era piaciuto dal primo momento.
“Saranno pulite ormai quelle ali, che ne dici?”, osservò.
Non risposi.
La sua testa scura formava un meraviglioso contrasto con la gola candida e le piume chiare del petto, e il suo becco era fiero, ed era il più bello che avessi mai visto. Da quando si era librato in alto sopra di me non ero più riuscita a togliermi dalla testa l’immagine maestosa, regale di quel volo.
Mi planò accanto come la prima volta, ma facendosi ancor più vicino.
“Allora, sei pronta? Ti porto con me”, disse senza ombra di esitazione.
“Ma alla tua velocità i miei polmoni esploderanno”, dissi.
E lui, semplicemente: “seguimi, e non avere paura”.
Non so cosa mi prese ma annuii. Ero come ipnotizzata.
Spiccò il volo ed io, semplicemente, lo seguii.
Come se non avessi mai fatto altro.
Come se il cielo fosse stato il mio regno.
Come se non fosse passato tanto tempo da quando, piccola e lenta, ero stata ghermita da un mio simile. Da uno come lui e me. Da allora avevo scelto la terra come mia dimora.
E adesso seguivo il suo volo come fosse la cosa più naturale del mondo.
Le correnti ci sollevavano in alto, e mi bastava restare ferma, le ali spiegate contro il vento, per dominare il mondo.
Il blu del mare e quello del cielo si stendevano attorno a noi senza confini.
“Il mondo è blu – mi disse – lo vedi?”
Poi mi portò in picchiata.
E mi accorsi di quanto dure fossero le mie penne per consentirmi di penetrare le correnti d’aria.
Mi accorsi di quanto bene attrezzato fosse il mio naso per consentirmi di respirare anche in volo, a quella velocità folle e a quell’altezza vertiginosa, senza che la forza e la pressione dell’aria facessero esplodere i miei polmoni.
Mi accorsi di quanto precisamente potessi controllare il mio corpo, le mie ali, le virate e la velocità.
Mi accorsi di quanto lontano potessero vedere i miei occhi.
Quando finalmente atterrammo sentii che la mia vita non sarebbe più stata quella di prima. La paura era svanita. E così la rabbia. Ora in me c’erano una nuova leggerezza, una nuova forza.
“Niente male per un pipistrello”, rise lui.
Cominciammo a vederci ogni giorno. Mi insegnò a cacciare. “Anche a un falco pellegrino può capitare di dimenticare chi è – mi disse – Ma se l’oblio dura troppo a lungo finirai per perdere te stessa”.
Volavamo sopra le colline, nell’entroterra. Volavamo sopra fattorie e case in costruzione, sopra campi di grano e di girasole, sopra gli oleandri e le palme spontanee, sopra fabbriche abbandonate e villette a schiera, sopra il cantiere navale, il porto turistico e la stazione meteorologica. Vedevamo gli umani dall’alto e ci lusingava l’ammirazione nei loro occhi quando puntavano il dito verso il nostro volo, pur sapendo che la maggior parte di loro non avrebbe saputo distinguerci da un gheppio o da una poiana.
“Se gli esseri umani non hanno le ali c’è un motivo – mi disse un giorno. – non le meritano. Sono stupidi e crudeli. Ci ammirano, invidiano la nostra libertà e per questo hanno sempre cercato di togliercela”.
Ogni volta tornavo a terra sfinita, ma col cuore e gli occhi pieni di cose nuove e splendide.
L’ultimo giorno d’estate, mentre il sole tramontava, lui mi guardò negli occhi e mi chiese se volessi restare con lui per sempre. Io esitai. Ebbi paura. Mi domandai se davvero sotto le nostre ali così simili non vi fossero anime in fondo troppo diverse tra loro.
“Ho capito” concluse lui davanti al mio silenzio prolungato “non devi aggiungere altro”. Lo vidi allontanarsi verso il mare, piatto e punteggiato dalle bianche vele di una regata, che solcavano il blu simili a uno stormo di gabbiani.
L’indomani lo attesi a lungo, ma non si fece vedere. Anche il giorno successivo accadde la stessa cosa.
Il terzo giorno avevo deciso di fare un giro, ma preferii aspettare, casomai gli fosse venuto in mente di tornare a trovarmi.
A un tratto un’ombra saettò rapida attraverso il campo di grano accanto a me, levai gli occhi al cielo e vidi una figura scura avvicinarsi in picchiata.
Non era altro che una giovane poiana.
E di lui, del mio compagno falco, non vi era più traccia.
Me ne restai per giorni a pulirmi le piume all’ombra di una balla di grano, scrutando la linea dell’orizzonte, fin quando si accendeva dei fuochi gialli e rossi del tramonto. La sera, quando l’aria era abbastanza secca, apparivano come spettri le isole in lontananza, mentre le ultime navi da crociera prendevano il largo lanciando il richiamo dolente delle loro sirene. Ero triste. Il mondo aveva cambiato volto. Per un istante tutto era stato illuminato, come colpito dal fascio di luce di un faro, e così presto era ripiombato nell’oscurità.
L’indomani non riuscii più a tollerare l’immobilita’. Ero tornata ad essere una creatura del cielo e le mie ali fremevano di impazienza. Così volai a cercarlo. Volai lungo la costa e sul mare, e nell’entroterra sorvolai tutti i luoghi dove eravamo soliti spingerci assieme. Non sapevo neppure come e dove mi aspettassi di incrociarlo.
Passarono i giorni, e non ne trascorreva uno senza che volassi in cerca di lui, finché un pomeriggio, mentre me ne stavo appollaiata su un lampione lungo l’autostrada, mi si avvicinò un gabbiano che conoscevo di vista.
“È da stamattina che cerco di avvicinarti – disse – ma sei troppo veloce per me”
“E perché mi seguivi?”
“Perché ti ho vista volare da sola e ho capito che stai cercando il tuo amico. Io so dov’è”.
“Lo sai? E dov’è”
“È in un luogo sicuro. Ha avuto un incidente di volo. È andato a sbattere contro i cavi elettrici”.
“Un incidente? Ma come sta?”. Sentivo il mio piccolo cuore battere all’impazzata.
“Sta bene. Alcuni umani lo hanno trovato e lo hanno portato all’oasi. Io l’ho saputo solo stamattina altrimenti ti avrei avvisata”.
“L’oasi?”, chiesi.
“Si, il luogo dove gli umani si prendono cura degli animali feriti”.
“Io non so dove sia. Puoi portarmici?”.
“Certo – rispose l’amico gabbiano – non è vicinissimo, ma ti ci porto. Seguimi”.
Volammo a lungo sopra la pianura, verso sud, sorvolando luoghi a me sconosciuti, finché arrivammo in un bosco vicino al mare dove si estendeva l’oasi.
Era un luogo di pace, immerso nell’ombra e nel silenzio. “Vieni – disse il mio amico – il centro di recupero è nella parte più interna”.
In alcune aree recintate c’erano ricci, conigli selvatici, caprioli e tassi.
“Laggiù ci sono le voliere. È lì che riabilitano gli uccelli feriti. Lo troverai in una di quelle. Arrivederci”. Lo ringraziai e silenziosamente mi avvicinai al posto che mi aveva indicato. Vi trovai merli, rondoni, codirossi, cince, germani reali, allocchi, gufi e civette. Ma di lui, del mio falco, neanche l’ombra.
Mi spinsi fino a una voliera che aveva la forma di un lungo tunnel.
Fu lì che lo vidi. E il cuore sembrò fermarsi nel mio petto. Volava attraverso il corridoio, ma della sua eleganza, precisione e audacia non restava nulla. Sbatteva le ali in
modo goffo e asimmetrico, con le zampe spostate di lato per compensare la debolezza dell’ala ferita. Percorse il tunnel per gli esercizi avanti e indietro e poi nuovamente avanti, atterrando infine, spossato, a pochi passi da me. Quando mi vide sembrò imbarazzato.
“Che ci fai qui?”, chiese.
Pareva stupito, e al tempo stesso irritato con me.
“Ti ho aspettato a lungo, e cercato. Non sapevo più nulla di te”, dissi.
“Ha qualche importanza?” chiese lui.
“Ne ha eccome”, risposi.
“Io non credo. Non ne aveva prima, e adesso ne ha ancora meno. Non hai visto abbastanza?”
“No. Avrò visto abbastanza quando ti vedrò volare fuori di qui, assieme a me”.
Il suo corpo era appesantito dai giorni di cattività, e nei suoi occhi grandi e scuri c’era un’ombra scura. Non avevo notato come i riflessi metallici delle sue ali e dei suoi fianchi fossero quasi blu.
“Non vedo perché dovresti accettare ora quello che hai rifiutato un tempo, quando ero libero e in salute”.
“Perché ora so qualcosa che prima non sapevo”.
In quel momento si avvicinò la donna con la
pettorina rossa e io fuggii in cima all’albero, seguita dallo sguardo del mio amico.
Nei giorni successivi mi sarei abituata a quella donna e agli altri volontari del centro. E loro si sarebbero abituati a me.
Ogni giorno la ragazza nutriva il mio amico e lo aiutava nei suoi esercizi.
Io trascorrevo nell’oasi tutte le mie giornate, allontanandomi solo per cacciare. Io e lui ci guardavamo a lungo, ma parlavamo assai poco.
“Che ci fai ancora qui?”
“Sono qui per controllare”.
“Controllare cosa?”
“Che non ti dimentichi chi sei”.
Un giorno un uomo vestito di verde, con dei guanti bianchi, entrò nella voliera. Stette dentro a lungo e ne uscì con una scatola di cartone. Ebbi un presentimento. L’oasi era affollata come non l’avevo mai vista. C’erano decine di persone e persino delle telecamere. L’uomo vestito di verde raggiunse il centro di un prato, al limite della riserva, dove la fitta folla si era raccolta, quindi apri’ la scatola e tirò fuori il mio amico. Gli avevano coperto la testa con un cappuccio. Ero inquieta, ma lui stava immobile, fiero, e sembrava affrontare la sua sorte senza alcuna paura. D’improvviso ricordai tutte le storie terribili che mi aveva raccontato sugli umani e pensai di aver sbagliato a fidarmi. Pensai che mi sarei dovuta lanciare contro quell’uomo, strappandogli gli occhi con i miei artigli, ed ero pronta a farlo, quando quello invitò al silenzio la folla che lo circondava. Aiutandosi con i denti allentò i lacci che tenevano il cappuccio stretto sulla testa del mio amico. Quindi lo liberò, lanciandolo in alto. Lui batte’ le ali, esitante dapprima, poi si levò in aria con determinazione e infine sfrecciò via tra gli applausi della folla.
Si allontanò fino a diventare un puntino minuscolo. E poi riapparve. E mi volo’ incontro. E venne a posarsi accanto a me.
“Mi ingannavo sul loro conto”, disse. “Non sono poi così male”. E poi: “grazie per essere rimasta”.
“Siamo ancora in tempo?”, chiesi.
Lui mi guardò con i suoi grandi occhi scuri che avevano ritrovato la loro luce.
“Andiamo – disse solo – portami a vedere il mare”.
E partimmo insieme, in un volo che non so dove ci porterà, ma che riempie ogni giorno i miei occhi di meraviglia.

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