L’indignata

“Col sangue. I racconti si scrivono col sangue. Ci devi mettere pathos, intensità. Ti preferisco quando cerchi di toccare altre corde, quando ci metti rabbia e dolore”.
“Boh, io…non saprei, è che non sto mica sempre a soffrire. Per fortuna. Cioè, non mi fraintendere. Vorrei scrivere cose dolenti e intense, come dici tu, ma non è che si può sempre…ogni tanto mi capita pure di divertirmi”.
Lei mi guarda con aria sospettosa, poi si versa la tisana detox e prende a sfogliare distrattamente Il Fatto Quotidiano sbocconcellando un muffin vegano.
“Beh, sono contenta per te. Ma ricorda che la felicità è una condizione sterile. Dalla felicità non nasce nulla. Il mondo è pieno di dolore – biascica con la bocca piena di muffin -. Dovresti dare un senso a quello che scrivi, mettere la parola al servizio degli ultimi, delle ingiustizie, delle lotte sociali. Invece vedo che ci stai prendendo gusto con le ca**ate da Social network”.
“Beh, ho pensato che a volte un registro più leggero può aiutare – dico – così magari qualcuno si incuriosisce e poi viene sulla pagina e legge uno dei miei raccontini”.
“E a che pro? Perché? Di che scrivi tu? La gente non arriva a fine mese, la vita è precaria, i giovani non hanno futuro e devono andare all’estero per trovare un lavoro, abbiamo una casta di politici corrotti che sta portando a fondo il Paese e tu che scrivi? Battutine disimpegnate! Non sei sempre stata così”.
“No, in effetti non sono sempre stata così. Una volta non è che ridessi tanto. Cioè, credo non ne fossi proprio capace. Adesso, boh, mica lo so che mi è preso. Dico… pensi mai che bisognerebbe ridisegnare la piramide dei bisogni di Maslow mettendo alla base la risata? Forse staremmo tutti meglio”.
“Meglio un ca**o. La gente deve lottare, non sorridere. Ci è bastato Berlusconi a raccontare barzellette per vent’anni!”
“Ma che c’entra Berlusconi? Siamo nel 2017”.
“C’entra sempre. E comunque tu sei diventata una qualunquista”.
“Si, hai ragione. È che io non sento più la spinta, lo slancio di un tempo. Ecco, non riesco ad essere sempre indignata, a prendere tutto sul serio…piuttosto mi viene da vedere il lato grottesco, umoristico delle cose e il risultato è che di tanto in tanto mi viene da ridere”.
“Ti viene da ridere? E che c’è da ridere? Guardati intorno e dimmi se secondo te c’è qualcosa da ridere! Sei scollata, scollata dalla realtà!”.
“Eh sì – dico – Deve essere un fatto di scollamento”.
Mi fedo fluttuare nell’aria, sottile e leggera come una figurina scollata dall’album, mentre le altre figurine la fissano perplessa dalle pagine a cui stanno saldamente incollate.
“Vado, che c’ho il Collegio dei docenti – dice – Qua è una battaglia tutti i giorni. Ma che ne sai tu? Vai, vai a scrivere i tuoi raccontini. E divertiti, mi raccomando” chiosa irritata prendendo il giornale, voltandomi le spalle e avviandosi all’uscita.
Mi metto ad appallottolare le briciole del suo muffin e a lanciarle ai passeri, mentre la guardo andar via con passo deciso, indignata come sempre, verso un orizzonte di lotte gloriose. Aspetto che salga sulla sua Mini fiammante, che metta in moto e si allontani. E non posso trattenermi. Mi dispiace, me ne dovrei vergognare, ma mi viene troppo da ridere.

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