Fughe

“Se ne è andata. Senza dire una parola. Sono tornato a casa e lei non c’era più. Tutte le sue cose, sparite. Neanche un biglietto ha lasciato. Tanto quello che mi doveva dire me l’ha detto. Dieci, cento, mille volte. Ma non sono preoccupato, no. Lo so già come va a finire. Come le altre volte. Passa una settimana, al massimo due, e me la ritrovo davanti alla porta di casa, in lacrime, che mi chiede di riprenderla. Sono le sue piccole fughe. Ormai ci ho fatto le ossa. La prima volta mi ha mandato fuori di testa. L’ho presa sul serio, capisci? Con le valigie e tutto. È andata a stare da sua cugina, diceva che era la fine, che avrebbe chiesto il divorzio, e dopo dieci giorni torno a casa dal lavoro e me la ritrovo in cucina che prepara la cena, la tavola apparecchiata, la TV accesa, tutto come niente fosse. Ti ho preparato il pollo con le patate, mi fa. Ci siamo seduti a tavola, abbiamo stappato una bottiglia di vino rosso e abbiamo cenato. Come niente fosse, capito? E della sua fuga, del divorzio che doveva chiedere, nemmeno una parola. Poi è successo un’altra volta, e poi ancora e ancora. A volte mi dico…ma com’è che ti chiami?”.
“Alfred”.
“A volte, caro Alfred, mi dico che non dovrei passarci sopra. Dovrei cambiare la serratura e non lasciarla più rientrare, ecco.
E un giorno o l’altro magari lo farò. Le dirò di trovarsi un altro, di cavarsela da sola. Di andarsene a vivere da uno di quei suoi dannati amici fighetti del college.
Adesso dico…che volevo dire? Beh, di questa storia ne sto parlando con te, ma altrimenti non la sa nessuno. I vicini per esempio sanno che sua sorella ha una grave malattia e che lei di tanto in tanto deve allontanarsi per occuparsi di lei.
Beh, Arnold, figliolo, segui il consiglio di uno che potrebbe essere tuo padre. Non lasciare che una donna ti mandi il cervello in pappa, che ti tenga in pugno come un ragazzino”.
“Alfred”.
“Cosa?”
“Il mio nome è Alfred”.
“Certo ragazzo, certo. Comunque sia, senti me. Stai a sentire: le donne vanno trattate come cavalli selvaggi. Vanno domate. Vanno nutrite, a volte vanno battute. Ma ce ne sono certe che per quanto tu faccia conserveranno sempre tutti i vizi. Non saranno mai tranquille e non ti faranno mai dormire sonni tranquilli”.
L’orologio della stanza segnò le sei.
“Mi dispiace. Adesso devo proprio andare”, disse Alfred.
“Sei un ragazzo simpatico. Sai che c’è? Mi ha fatto proprio piacere parlare con te. E di questa storia, mi raccomando, è meglio se…”
“Ma certo. Ci mancherebbe. Sarò una tomba”.
Alfred posò la sua mano su quella nodosa del vecchio, ve la tenne per qualche istante, quindi si alzò dalla sedia e si avviò all’uscita.
“Comunque quando torna stavolta un ceffone non glielo leva nessuno! Dico bene?” disse ancora il vecchio. Alfred si voltò a guardarlo e vide che i piccoli occhi grigi si erano riempiti di lacrime. Provo’ a sorridere ma si accorse che il proprio viso si contraeva in una smorfia di dolore. Si voltò e uscì in fretta.
Appena fuori dalla porta si imbatte’ nell’uomo vestito di bianco.
“Non potrà restare a lungo in questo reparto, lo sa, vero?”.
Alfred annuì.
“Purtroppo la situazione è peggiorata e qui non siamo in grado di dargli l’assistenza di cui ha bisogno”.
Alfred sapeva cosa significava quel discorso. L’altro reparto era quello in cui trovavano posto coloro per i quali non c’era ritorno. Ci finivi quando la tua mente aveva passato il primo giro di boa. E significava l’inizio della fine. Un po’ come era stato per sua madre, dieci anni prima, quando aveva lasciato il reparto oncologico dell’ospedale per trasferirsi in clinica.
“Lì suo padre sarà seguito al meglio, di questo può star certo”, lo rassicurò il medico.
Alfred annuì e lo ringraziò.
“Perché è certo che torna anche stavolta – sentirono il vecchio urlare dal suo letto – certo che torna! Dove deve andare? Dove diavolo dovrebbe mai andare?”.

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