Il furto

“Oddio, Tom, che disastro! Andiamocene, ti prego, non voglio restare un minuto di più”.
Lo disse con quella voce stridula e nasale che le veniva fuori nei momenti di stress e che lo mandava al manicomio.
“E dove vorresti andare?”.
“Non lo so. Al commissariato, suppongo. E se fossero ancora qui?”.
“Non sono qui. Se ne sono andati”, rispose lui.
“E tu come fai ad esserne certo?”, chiese lei abbassando la voce. Il suo respiro lievemente asmatico unito all’incessante tintinnare dei braccialetti gli fece desiderare di essere solo.
“Non ne sono certo, Lilli. Di certezze me ne sono rimaste davvero poche ormai”, rispose avviandosi alle scale che portavano al piano superiore.
“Non andare!” gridò lei allarmata, rimangiandosi in un istante l’effimero proposito di non fare rumore, casomai quelli fossero ancora là, da qualche parte, magari armati.
Lui non si voltò neanche e prese a salire con passo fermo l’ampia scalinata.
Fuori i cani dei vicini abbaiavano. Dall’altra parte della strada arrivava il rumore monotono di un tosaerba in azione. Lilli era rimasta immobile come una statua di sale in mezzo al soggiorno messo a soqquadro dai ladri. I cassetti erano stati estratti dai mobili e gettati a terra con tutto il loro contenuto, i quadri erano stati staccati dalle pareti, probabilmente nella speranza di trovarvi l’accesso alla cassaforte. La seduta del prezioso divano era stata lacerata in tutta la sua lunghezza con una lama. L’accanimento con cui avevano cercato in ogni angolo lasciava supporre che i visitatori fossero a conoscenza degli affari di Tom, e che avessero un’idea di quanto contante avrebbero potuto trovare in casa.
Tom accese la luce in cima alle scale e percorse a passi decisi il corridoio superando senza fermarsi la sua stanza, lo studio, la camera degli ospiti e infine quello che era stato l’atelier di Catia, trasformato da Lilly in una palestra, fino all’ultima porta, che si apriva in fondo sulla destra. Esito’ un istante, quindi varcò la soglia e tasto’ la parete in cerca dell’interruttore. Alla visione della stanza immersa nel caos fu colto da una violenta sensazione di nausea che lo fece vacillare e lo costrinse ad appoggiarsi allo stipite della porta. Avevano tirato i vestiti fuori dagli armadi e dai cassetti e li avevano gettati sul pavimento come mucchi di stracci vecchi. La stessa cosa avevano fatto con le scarpe. Tom non si era mai reso conto che il ragazzo avesse tante paia di scarpe da ginnastica. Ce n’erano sparse ovunque, come se un kamikaze si fosse fatto saltare in aria in un negozio della Nike.
Avevano buttato giù dagli scaffali i libri, i quaderni e gli altri oggetti che vi stavano ordinatamente riposti. I modellini degli Starfighter e dei Tornado. La collezione di palle di neve. Quella di New York, con la piccola statua della libertà color verderame, giaceva a pezzi ai suoi piedi e per poco non l’aveva calpestata.
Avevano tirato via le coperte dal letto e squarciato il materasso. Non avevano risparmiato nulla. Neanche le foto. Rovesciate a terra, a faccia in giù, i vetri in mille pezzi, erano state distrutte per sfregio, senza un motivo. Si chinò a raccoglierle per rimetterle in ordine. Mike alla vittoria del campionato di basket. Col suo metro e ottantacinque era il più piccolo di tutti. Veloce di gambe, riflessi pronti, grande visione di gioco, era un playmaker formidabile. Faceva partire l’attacco sempre al momento giusto e si muoveva in mezzo alla difesa avversaria come un pesce nell’acqua. Un fuoriclasse nato.
Poi loro due sotto il portico del Deep Creek Lodge, nell’ultimo fine settimana passato insieme a pescare sul fiume Kalum, nelle Coastal Mountains. Nella foto posavano col più grande salmone che si fosse mai visto dalle parti di Terrace, così gli avevano detto i proprietari del Lodge. Ma chissà a quanti altri ospiti avevano raccontato la stessa storia. Lui e Mike sorridevano fieri. Indossavano lo stesso vecchio modello di Rayban. Sembravano due fratelli invece che padre e figlio. Gli parve di sentire ancora il gorgoglio del fiumiciattolo che scorreva nel giardino del lodge, tra i cedri rossi e gli abeti, formando una cascatella naturale proprio davanti alla finestra della loro stanza.
In un’altra foto un visetto di bambino, i capelli biondi tagliati a caschetto e l’aria guardinga da scoiattolo, sbucava dalle fronde ingiallite dell’olmo in giardino. Era stata scattata quando Mike aveva sei anni e mezzo. Tom aveva costruito per lui una piccola casa sull’albero. Una semplice piattaforma dalle assi sconnesse, con delle corde tese tra i rami e una scaletta a pioli per arrampicarvisi, dove il bambino si rifugiava con i suoi fumetti per dei pomeriggi interi.
E poi la settimana bianca, le uscite a cavallo, il giorno del diploma, le foto insieme agli amici e a Jodie, la ragazzina con cui era uscito per tutto l’ultimo anno del liceo. Rimessa a posto l’ultima foto, Tom si era accasciato sulla sedia girevole della scrivania, il viso affondato tra le mani. Per un po’ aveva smesso di respirare, dopo aver buttato fuori tutta l’aria. Pochi secondi in cui si era chiesto quanto avrebbe potuto resistere, e se sarebbe bastata la volontà per varcare quella soglia oltre la quale il cervello avrebbe semplicemente fatto ‘click’, oscurando lo schermo, come un proiettore che si fermi dopo il passaggio dei titoli di coda. La voce di Lilli proveniente dal piano di sotto l’aveva riscosso. “Che succede? Tom!”.
L’ossigeno gli aveva di nuovo riempito i polmoni, suo malgrado, di colpo come accade al momento della nascita. E all’improvviso un pensiero lo aveva assalito. Il cellulare. Il primo cassetto della scrivania, dove lo aveva lasciato, era aperto. Il telefono era sparito. Rovistò negli altri cassetti, con la remota speranza di averlo spostato ed essersene poi dimenticato. Niente. Andato. Cercò ancora nello zaino, nel cesto dei calzini sportivi, in bagno, in tutti quei luoghi dove sapeva che non avrebbe potuto trovarlo.
Uscendo dal bagno si trovò davanti Lilli.
“Tesoro!”, gridò la donna buttandogli le braccia al collo. Tom rimase impietrito. La allontanò da se, freddamente.
La rabbia gli montava dentro come la lava di un vulcano prima dell’eruzione. Sapeva che avrebbe potuto scagliarla contro la prima cosa o persona che fosse stata a tiro al momento dell’esplosione. Lei sembrò intuirlo e si ritrasse.
“Hai controllato la cassaforte?”, chiese.
Tom scosse la testa. Estrasse il suo cellulare dalla tasca e chiamò la polizia.
***
Il bilancio del furto fu meno pesante del previsto. Non erano riusciti ad aprire la cassaforte. Probabilmente erano stati disturbati, aveva detto la polizia. Si erano portati via quei pochi gioielli che Lilly aveva lasciato sul como’, un paio di orologi di valore, alcuni pezzi di argenteria, qualche centinaio di dollari che Tom teneva in un cassetto per pagare la domestica all’inizio della settimana. E il cellulare. Il cellulare di Mike.
I ladri avevano disattivato il sistema di allarme con un jammer portatile, spiego’ il poliziotto. Un marchingegno che i malviventi usavano per disturbare le frequenze, annullare le onde radio e impedire ai sistemi di sicurezza di funzionare. In quei giorni si erano verificati alcuni furti simili in zona da parte di una banda probabilmente già pronta a trasferirsi altrove per sottrarsi ai controlli della polizia. Di solito era quello il modello. La denuncia era un atto dovuto ma incastrarli non sarebbe stato facile.
Dovete trovarli, aveva detto Tom. Dovete trovarli o li trovo io.
Il poliziotto aveva alzato le spalle. Era abituato a quel linguaggio. A quegli uomini di mezza età in sovrappeso, col Suv parcheggiato nel vialetto di casa che, dopo aver subito un furto, davanti alle loro mogli ingioiellate parlavano come Clint Eastwood, minacciando di andarsene in giro a sparare in faccia alla gente. Tempo un paio di giorni e gli sarebbe passata.
***
“Ho saputo del furto. E’ un bene che sia successo quando non c’eravate”.
“Già”.
“Ormai ci sono bande che ti entrano in casa anche in pieno giorno armate fino ai denti, ti sequestrano, ti massacrano per niente, per un po’ di banconote. Come l’ha presa Lilli?”.
“Lilli? È in giro per negozi”.
“Tom?”.
“Si?”.
“Sei sicuro di star bene?”.
Tom esitò.
“Hanno preso il cellulare”, disse.
“Che cellulare?”
“Il suo cellulare, Catia. Il telefono di Mike”.
Dall’altra parte ci fu un momento di silenzio.
“Tom. Lascia stare”, disse semplicemente lei. “Ti prego, lascia stare”.
***
“Sono Donald Klein”.
L’uomo gli tese una mano piccola e umidiccia, che Tom strinse con riluttanza chiedendosi se fosse proprio quella la persona con cui aveva parlato al telefono. Era sulla cinquantina, brizzolato, corpulento, un naso rosso acceso e sformato, da bevitore di whisky. Emanava un odore acre di poliestere impregnato di sudore. Non aveva l’aria di un investigatore privato, pensò Tom. In più giudicò che avesse bisogno di una bella rasatura. Lo fece accomodare in salotto e gli chiese se gradisse da bere.
“Un bicchiere d’acqua andrà bene”, rispose quello.
Tom portò una caraffa d’acqua e due bicchieri, si servì uno scotch, sedette sul divano davanti a quello occupato dal suo ospite ed espose la situazione con la chiarezza con cui di solito presentava i nuovi progetti ai suoi collaboratori. “Ha delle domande?”, chiese alla fine.
L’uomo, che l’aveva fissato per tutto il tempo con i suoi piccoli occhi porcini, si sistemò la cravatta e disse: “Non sarà un problema trovarli. La persona che le ha dato il mio nome le avrà spiegato che certi ambienti per me non hanno misteri. Le costerà quattrocento dollari al giorno più le spese. Chiedo un acconto del venticinque per cento alla sottoscrizione del mandato e il saldo alla consegna degli esiti. Non dovrebbe volerci più di una settimana. Può star certo che ne varrà la pena”.
“Sta bene”, rispose Tom congedandolo e asciugandosi la mano sui pantaloni, dopo aver stretto nuovamente quella sudata del suo interlocutore.
***
Ancora uno slice. Come un principiante. Eppure il colpo ce l’aveva chiaro nella testa. Un colpo preciso e solido.
Si era concentrato sulla posizione della mano sinistra. Aveva controllato che fossero le dita, e non il palmo della mano, a tenere il bastone. Aveva verificato che il grip passasse trasversalmente dalla prima falange del dito fino al punto giusto del palmo. Ma, nonostante tutto, la palla, che era partita diretta verso il bersaglio, a un certo punto, colpita da un oscuro incantesimo, aveva virato verso destra. Un fottuto, imbarazzante slice. Sarà stato per via di quei dolorosi crampi alla schiena. Forse era il caso di lasciar perdere per quel giorno. Tanto non sarebbe andato lontano.
Tom non era mai stato un portento nel golf, ma si considerava un discreto giocatore. Aveva passato anni a lavorare sulla tecnica e a combattere quello stupido errore che affliggeva tutti i golfisti mediocri o alle prime armi.
“Dovresti lavorare sulla posizione del polso sinistro. Dovresti renderlo un po’ più chiuso”, aveva spiegato a Mike quando ancora sperava di potergli trasmettere il suo entusiasmo per il golf. Ma il ragazzo non ne aveva voluto sapere. Era stato con lui una mezza dozzina di volte al campo pratica ma non si era mai realmente appassionato a quel gioco così lento e statico. “Prova a sincronizzare meglio la rotazione del tronco verso il bersaglio con l’azione delle mani e delle braccia. Così, guarda”. Risentiva il tono pedante e ansioso della propria voce mentre cercava di spiegare al figlio come evitare quella frustrazione da principiante: vedere la palla che a un certo punto del tragitto se ne va per conto proprio verso destra, come per una scelta autonoma, per una decisione improvvisa che non tiene minimamente conto della volontà di chi l’ha colpita.
Mike lo fissava stancamente, rassegnato. Era lì per farlo contento. Alla settima lezione l’immagine del ragazzo che si aggirava goffamente attraverso il campo, come l’albatros che si trascina sul ponte della nave invece di volare alto in una poesia che aveva letto al tempo del college, l’aveva convinto. Non era quello il suo posto. Il suo posto era sul campo da basket, a condurre la partita, ad attaccare il ferro, a portare a casa anche più di venti punti a sera. “Ok ragazzo, che ne diresti se mollassimo tutto e ce ne andassimo a farci una pizza?”, gli aveva proposto quell’ultima volta. Mike aveva esultato. Per festeggiare aveva impugnato il ferro e colpito la palla spedendola in orbita, fuori limite. Poi, una volta tornati all’area di partenza, aveva voluto scattare un selfie col suo nuovo telefono: lui e Tom assieme sul campo.
“Tom?”. La voce di Martin lo scosse da quella visione. “Ehi, forse è il caso di rientrare. Non ho voglia di farmela con questa pioggia. Ho già i reumatismi, cazzo. E anche tu non mi sembri in gran forma”.
Tom annui. Salirono sulla golf car e tornarono indietro.
“Tom…questa storia del furto…ecco, ho sentito che l’hai presa parecchio male. Non ne vale la pena. Dovresti rilassarti. Magari prenderti una pausa dal lavoro”.
“Martin – rispose Tom appoggiando la mano sull’avambraccio dell’amico alla guida della mini car – me l’hanno portato via una seconda volta. Capisci?”.
***
Lilli entro’ in salone ondeggiando sui sandali dorati dal vertiginoso tacco, con una bottiglia di Martini in una mano e due bicchieri nell’altra. Appoggiato il tutto sul tavolino basso davanti al divano, versò un ragionevole quantitativo d’alcool per l’operaio, impegnato nell’installazione del nuovo sistema d’allarme, e riempì il proprio bicchiere fino all’orlo.
“Tom, sei sicuro di non volerne?”, chiese.
Tom rispose con un brontolio stizzito, senza voltarsi. Se ne stava in piedi davanti alla porta a vetri a fissare l’olmo. Amava quelle foglie semplici, ruvide, verde scuro, raccolte nella chioma ampia ed elegante, che nelle notti d’estate sentiva frusciare davanti alla finestra della sua stanza. Il tronco massiccio, bruno scuro, solcato da profonde fenditure, conferiva all’albero l’aspetto solido e duraturo delle cose destinate a sopravvivere agli uomini che le contemplano.
Allo squillo del cellulare si voltò di scatto, riportato alla superficie dei pensieri da quel richiamo proveniente dal remoto mondo dei vivi.
“Tom? – risuonò la voce di Klein – Ho buone notizie per lei”.
***
Si incontrarono nel parcheggio del supermercato per la consegna degli esiti. Tom parcheggio’ il Suv accanto alla vecchia Ford dell’investigatore, che lo aspettava col finestrino abbassato, fumando. Appena Tom ebbe parcheggiato l’uomo gettò la cicca, scese dall’auto e sali’ a bordo di quella del cliente. “Qui dentro troverà le foto e la mappa con l’indirizzo esatto del luogo” spiego’ tendendo a Tom una busta marrone imbottita. Tom dal canto suo aprì il cruscotto ed estrasse il pacchetto col contante.
“Il mio consiglio è avvisare immediatamente la polizia – disse Klein -. Sono degli sbandati. Questo li rende più pericolosi di veri e propri professionisti. Non vuole farsi ammazzare, vero?”.
Tom lo guardò corrugando la fronte come se non avesse afferrato bene l’ultima parola.
“Non c’è tempo”, disse semplicemente. “Comunque grazie”.
***
Una volta lasciatosi alle spalle il quartiere aveva proseguito oltre la zona lottizzata e imboccato la statale verso ovest. Aveva viaggiato per venti minuti attraverso la campagna, superando le paludi, costeggiando la zona industriale e raggiungendo infine un’area isolata che doveva essere la cava abbandonata indicata da Klein sulla mappa.
Fu lì, alle spalle di una baracca col tetto di lamiera, che Tom fermo’ l’auto. Avrebbe proseguito a piedi.
Alla fine della stradina in terra battuta c’era la roulotte, in mezzo a uno spiazzo di ghiaia invaso da rottami di ogni genere. In un angolo se ne stava accasciato un vecchio cane spelacchiato, più simile a un mucchio d’ossa coperto di pelle che non a un essere vivente.
Tom sistemo’ bene la pistola nella tasca posteriore dei pantaloni. Col fiato corto e la testa annebbiata si avvicinò allo spiazzo. Ora che era lì i suoi passi successivi non gli erano più così chiari. La rabbia ceca che l’aveva sostenuto fino a quel momento si era fatta più tenue, come la luce del giorno che andava sfumando in un grigio crepuscolo.
Si accostò alla roulotte con passi felpati, come un ladro, scivolando silenziosamente sulla ghiaia. Giro’ intorno a quella vecchia carcassa trattenendo il respiro, cercando di aguzzare l’udito, ma dall’interno non proveniva alcun rumore. Le tendine erano tirate e le luci interne spente. Tom sentì le sue energie defluire dal corpo come l’acqua dalla vasca alla quale sia stato tolto il tappo. Tutto era finito. Quelli se ne erano andati. Non aveva più alcuna possibilità di rintracciarli. Si preparò a voltarsi e a tornarsene a casa quando dall’interno una specie di debole rantolo lo bloccò. C’era ancora qualcuno, allora. Uno di quei bastardi era ancora là dentro, molto probabilmente da solo. Non pensò a quello che sarebbe successo dopo. Pensò solo che chiunque fosse stato a entrare in casa sua, a profanare la stanza di suo figlio, a portare via il suo telefono, meritava le stesse sofferenze che erano toccate a Mike prima di morire. Si avvicinò a grandi passi alla porta della roulotte senza più preoccuparsi del rumore, senza preoccuparsi di nulla, pensando solo al momento in cui avrebbe impugnato la pistola con entrambe le mani, l’avrebbe puntata dritta in mezzo agli occhi di quel fottuto ladro e gli avrebbe piazzato una pallottola in testa. Sfilò l’arma dalla tasca, la impugnò come faceva al poligono di tiro, con un calcio spalancò la porta della roulotte ed entrò, tenendo la pistola dritta davanti a se’, pronto a far fuoco.
L’odore rancido del vomito lo colpì con violenza. Il ragazzo stava proprio davanti a lui, a terra, agonizzante. Respirava in modo irregolare, emetteva un lamento soffocato e il suo corpo a tratti era scosso da convulsioni. Tom restò in piedi nel vano della porta col cuore che martellava impazzito, la rabbia incagliata nel petto come un osso di pollo nella trachea che non vada ne su ne giù.
Abbassò la pistola, uscì fuori, si guardò intorno. Nessuno. Rientrò e si avvicinò lentamente al ragazzo. Lo sfiorò con la punta delle scarpe, ma quello si muoveva appena. Il respiro si era fatto ancora più debole. Avrà avuto vent’anni o giù di lì. A terra, vicino a lui, un pacchetto di sigarette vuoto, una bottiglia di vodka rovesciata, il cucchiaino e la siringa. Gli occhi di Tom scesero giù, dalla maglietta nera dei Joy Division ai jeans sdruciti, fino ai piedi, calzati in un paio di Nike sfondate. Tom pensò all’odore pungente e acre dei piedi di un ragazzo di vent’anni quando vengono fuori da un paio i Nike. Dopo una partita. Dopo una passeggiata. Dopo una giornata fuori con gli amici.
Appoggiò la pistola a terra e chiamò un’ambulanza. Adesso che voleva salvarlo a tutti i costi si maledisse per il tempo sprecato. Per non essere entrato prima, per la sua esitazione, per ogni istante perduto che avrebbe potuto essere fatale. Tastò il polso, il battito appena percettibile. Cominciò il massaggio cardiaco, più energicamente che poté. E poi la respirazione bocca a bocca. Continuo’ a soffiare, alternando la respirazione e il massaggio, aggrappato con tutte le forze a quel filo di fiato che usciva ancora dai polmoni del ragazzo, a quel palpito lieve sotto il petto. Non avrebbe saputo dire quanto tempo passasse, o cosa accadesse intorno a lui. Non esisteva altro al mondo: solo lui e quella fragile vita nelle sue mani. Quando l’ambulanza arrivò Tom corse fuori con le lacrime agli occhi. Gli infermieri in un attimo trasportarono il malato nell’ambulanza e Tom sali’ con loro.
Nella sala d’attesa dell’ospedale passarono tre ore prima che la dottoressa uscisse fuori dichiarando che il ragazzo era fuori pericolo. In quel preciso momento un’immagine attraversò la mente di Tom: quella dell’iPhone nero col vetro rotto appoggiato accanto al letto, nella roulotte, che la sua retina aveva catturato poco prima di uscire di lì, un istante prima che quella lieve, inspiegabile, miracolosa sensazione di pace cominciasse a farsi largo dentro la sua anima.

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