Doppi vetri

“Qui ci vorranno i doppi vetri”, disse lui soppesando con aria critica le vecchie finestre di legno.IMG_6814
Linda si affacciò. La vista era bella, panoramica, sui giardinetti della piazza circondata dai villini in stile eclettico. Alla loro destra il Tevere e Ponte Margherita, con le sue snelle arcate rivestite di Travertino. A sinistra le vie commerciali del quartiere Prati. Un po’ rumoroso, in effetti, lo era. Anche in un piano alto come quello il traffico non li avrebbe risparmiati. Lui, invece, aveva bisogno di silenzio. Il suo pensiero, la sua scrittura avevano bisogno di silenzio. Linda pensò che sarebbe stata lei a proteggerlo dal rumore, meglio ancora dei doppi vetri. Lo avrebbe messo al riparo dallo stupido rumore di fondo che c’era fuori, ovunque. Dalla mediocrità che lo offendeva e lo nauseava. Avrebbe provveduto a tutti i suoi bisogni. Doppi vetri, appuntò sulle note dell’iPhone, seguendolo nel lungo corridoio in cui si aprivano le tante porte attraverso le quali l’agente immobiliare li guidava, impettito come un maggiordomo.
L’appartamento era enorme e occupava interamente l’ultimo piano dell’elegante stabile di fine Ottocento, dotato di servizio di portineria e video sorveglianza. Quando aveva trovato l’annuncio in rete, Linda gli aveva subito inviato il link alla mail dell’Università. Lui aveva risposto semplicemente: vediamola. Così, con l’agenda di lui alla mano, aveva contattato l’agenzia specializzata in immobili di pregio, ma tra lezioni, esami, convegni, riunioni del senato accademico e visite mediche erano passati venti giorni prima che si potesse organizzare la visita. Comunque era valsa la pena aspettare. La casa era bellissima. Di tutte quelle stanze una le piacque più di tutte. Con l’affaccio interno sull’ampio cortile, immersa nel silenzio e nella penombra, la immaginò con le pareti color panna, mobili chiari, tendine di pizzo che avrebbe cucito lei stessa, e in un angolo un lettino sormontato da un acchiappasogni, una di quelle giostrine delicate che cullano i neonati coi loro movimenti e le loro dolci note.
“Questa stanza sarebbe perfetta, non trovi?” disse rivolgendosi a lui in un timido slancio e arrossendo quando lui si voltò a guardarla.
“Si. Hai ragione”, rispose lui misurando la stanza con ampi passi. “È silenziosa. Non c’è troppa luce. L’ambiente giusto per lavorare”.
Linda distolse lo sguardo. Si sentì una stupida.
“E almeno un paio di stanze per gli ospiti serviranno. – prosegui lui – Per quando mio figlio verrà a trovarmi con la famiglia. È bene che la bambina abbia una stanza tutta per se”.
Linda si sentì pietrificata. La bambina. Sua nipote. Di avere figli loro non avevano mai parlato se non scherzosamente. E l’ultima volta, guardando una coppia con due figli piccoli al ristorante, lui aveva detto: sono contento di essermi lasciato alle spalle quella fase. Ma poco prima avevano litigato e lei non aveva dato peso a quella dichiarazione, pensando fosse solo un modo per punirla.
In quel momento si domandò se invece non lo pensasse seriamente. Se per lui non fosse davvero impensabile, alla sua età e con la sua posizione, l’idea di ricominciare.
Soprattutto ora che le sue energie erano interamente concentrate verso l’obiettivo di diventare preside di facoltà. Perché, si chiese Linda, non aveva mai provato a parlargliene?
“Le manderò un’offerta formale”, concluse lui all’improvviso stringendo energicamente la mano all’agente immobiliare. E poi, rivolgendosi a lei: “Andiamo. Devo essere in facoltà tra mezz’ora. Puoi chiamare un taxi?”. Le sue decisioni erano così: repentine, fulminee, senza l’ombra di un’esitazione. Si trattasse di ordinare un vino o di acquistare un appartamento di lusso.
***
Alla fine della cena, mentre la cameriera sparecchiava la tavola, Linda fece accomodare gli ospiti in salotto e servi’ loro i liquori in bicchierini di cristallo antichi: un pregiato rum giamaicano, un brandy da collezione e per i palati femminili un delicato amaro alla genziana. “La tua giovane moglie è una padrona di casa eccellente”, commentò una delle ospiti, titolare della cattedra di Storia Moderna, che aveva dato il suo contributo decisivo alla vittoria del nuovo Preside. Linda arrossì. Le era sembrato strano, in effetti, che la serata potesse concludersi senza che qualcuno le attaccasse quell’odiosa, scontata etichetta. Giovane moglie. Giovane, arrampicatrice, terza moglie. Il Preside sorrise stancamente, già gravato dall’onere del nuovo ruolo. La serata era stata brillante, come si addiceva a una cena di festeggiamento, ma con l’avvicinarsi della sua conclusione l’umore del padrone di casa si era fatto più irrequieto e pensoso. Faceva caldo, e la mancanza di condizionatori li aveva costretti ad aprire le finestre. Dalla piazza saliva il frastuono della girandola di auto del sabato sera romano.
Linda gli si avvicinò con la bottiglia del suo rum preferito e fece per versargliene, ma lui la fermò con un gesto secco e scostante.
Quando gli ospiti si furono congedati Linda si sentì sollevata. Era stata la serata più faticosa della sua vita. Del resto non si era mai illusa che entrare nel suo mondo sarebbe stato facile. Tutto tra loro era accaduto in fretta, e ora ci sarebbe voluto del tempo perché le loro vite arrivassero a combaciare l’una con l’altra.
Lui l’attendeva sveglio a letto, leggendo un saggio sulla fenomenologia dell’esperienza nella filosofia di Husserl.
“Non si può dire che l’arte della conversazione sia il tuo punto forte”, le disse. Era una semplice, amara constatazione, la sua. Come quella con cui quella mattina stessa aveva rilevato che quei doppi vetri non bastavano a proteggere la casa dal rumore esterno. “Pensavo che sarebbero stati sufficienti ma sbagliavo. A volte – aveva chiosato filosoficamente – l’intuizione ci trae in inganno”.
***
Il figlio si era trattenuto per tre giorni, assieme a sua moglie, alla bambina e alla tata, che viaggiava sempre con loro. La stanza della bambina era stata arredata elegantemente, con costosi mobili color panna, e riempita di peluche e ninnoli come se la piccola avesse dovuto restarci a vivere, e non passarci solo qualche fine settimana ogni tanto. Quando se ne furono andati Linda restò da sola nella stanza vuota che in quei giorni si era riempita di vita. Si chinò a raccogliere i giocattoli per metterli in ordine dentro il pouf. La finestra socchiusa si spalancò di colpo e una folata di caldo scirocco fece ondeggiare l’acchiappasogni. Ma la tenue melodia dei piccoli sonagli fu sovrastata dal rumore assordante del traffico.
***
Chino sulle sue carte, quando lei gli posò la tazzina accanto non sollevò neppure la testa. Avvicinò semplicemente a se il caffè. “Ti avevo chiesto il dolcificante. Sai che questo zucchero di canna mi fa male”.
“Hai ragione. Shirley ha dimenticato di ricomprarlo”.
“Dovresti starle un po’ dietro. Non ci si può aspettare che una ragazza appena arrivata dalle Filippine sappia come si governa una casa da queste parti”.
Mentre da lei sì, ci si aspettava lo sapesse. O perlomeno si sforzasse di apprenderlo, quello era il sottinteso. Aveva lasciato il Dottorato in filosofia per collaborare con lui, per aiutarlo nella correzione delle bozze del suo ultimo libro, nella stesura degli articoli, nel disbrigo di tutte le pratiche burocratiche alle quali da solo non riusciva a star dietro. Aveva scelto di essere la piccola donna tuttofare che sgobba dietro ogni grande uomo per la sua gloria. Perché la gloria era ciò per cui lui viveva, ed aiutarlo anche solo in un passo verso il suo obiettivo era quanto di più gratificante Linda avesse potuto immaginare.
Quel pomeriggio, quando le disse che da allora in poi avrebbe dormito in un’altra stanza, non riuscì neppure a stupirsi. “Scusami, ma non riesco ad abituarmi all’idea di dividere il letto con un’altra persona. E questo nuoce al mio riposo. È da settimane che non dormo bene. Da quando siamo arrivati qui. Capirai bene che non posso permettermelo”.
“Certo” rispose lei, semplicemente.
Andò nella loro stanza, apri’ l’armadio, prese le sue poche cose e le getto’ alla rinfusa nel trolley nero. Solo l’essenziale.
Prima di uscire di casa si accertò che tutte le finestre fossero spalancate.
Una volta fuori raggiunse i giardinetti al centro della piazza. Una delle panchine era occupata da un barbone che sonnecchiava steso sopra un cartone. Linda sedette su quella di fronte. Poi si sdraiò a sua volta e chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dal rumore dei motori, dei clacson, delle ruote sull’asfalto, un rumore di fondo assordante, generoso, inarginabile, come la vita

2 risposte a "Doppi vetri"

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