Lucia Rosa – storia di un amore

Era di maggio. Fiorivano le rose nei giardini, mentre le rose di mare, sui fondali rocciosi e poco illuminati, nelle grotte isolate, aprivano a ventaglio le loro lamine squamose, d’un rosso bruno come il sangue. L’isola s’era riempita di profumi che la brezza marina spandeva ovunque come un richiamo d’amore, dai faraglioni ai promontori, dalla Dragonara fino al porto, dalle Forna fino a Punta della Guardia.
Lucia pure sentiva quei profumi, e quando il vento, offrendoglieli, l’accarezzava dietro la nuca, le scompigliava i capelli, quando le lisciava le braccia e le gambe scoperte, fremeva come se a toccarla fossero state quelle mani grandi e solide, che chissà se l’avrebbero sfiorata mai al di fuori dei sogni che faceva la notte.
Dalla terrazza della sua casa al Campo Inglese, sopra Le Forna, lo guardava risalire i campi, la sera, nella luce tenue del tramonto, e si struggeva d’amore per lui. Bello non era. Ma era giovane e forte, con la pelle abbronzata, i capelli folti, i polpacci robusti, le mani callose che da vicino gli aveva visto una volta sola, in chiesa, unite nel raccoglimento del Padre Nostro. Quelle mani che aprivano solchi nella terra dura e aspra, che sollevavano la falce per mietere i campi, lei le sapeva gentili e lievi, fatte per lavorare onestamente, pregare Dio e amare una donna, senza ferirla. L’aveva capito la prima volta che lui l’aveva guardata, dolcemente e a lungo, e lei s’era lasciata avvolgere da quello sguardo come la barca si fa prendere dal mare quando comincia la burrasca e le onde salgono spumeggianti contro le scogliere.
Passavano i giorni e le notti, e i sospiri di Lucia se li prendeva il vento e li portava in giro, fino a Palmarola e poi di nuovo indietro. E lei sperava. E aspettava.
Il giorno di San Silverio tutta l’isola era pronta per la grande festa. Lucia seguiva a occhi bassi la processione. Il Santo, nella barchetta piena di garofani rossi, se ne andava a spasso per le strade passando per la Parata, per Sopra la Punta, proseguendo dagli Scarpellini fino a Sant’Antonio e a Giancos. Poi per le Banchine sarebbe ridisceso al molo, dove lo avrebbero imbarcato su un peschereccio per la benedizione in mare. I giovani rivaleggiavano per portare lo stendardo e la statua. E tra quelli c’era lui. I loro sguardi s’incrociarono mentre partiva la musica e i paesani attaccavano in coro: “Gran Santo protettore, Silverio venerato, il popolo adunato a te s’inchina”. Lucia lo vide far segno a un amico per farsi dare il cambio. Il ragazzo si sfilò con tale fretta dal gruppo che il santo vacillò, e per un attimo i fedeli temettero di vederlo rovinare a terra, là nello stretto vicolo dietro la chiesa. Lucia sentì le gambe farsi molli e quando lui, fattosi largo tra la folla, le fu vicino e le mise una mano intorno alla vita, pensò che sarebbe morta all’istante. Il santo si portò via con sé gli strascichi dei canti e gli sguardi indiscreti, verso il Porto, lasciando i due alla loro sommessa preghiera d’amore.
E fu l’inizio. Da allora s’incontrarono ogni giorno, amandosi tra le insenature ombrose e discrete dell’isola, nelle calette remote, quando la sera tingeva di sfumature rosa e dorate lo spazio infinito intorno a loro, dove mare e cielo erano fusi in una sola massa indistinta.
Ma l’amore, si sa, fa rumore. E quand’è forte come una tempesta non lo si può nascondere a lungo.
Lucia, svergognata d’una figlia, che ti sei messa in testa? Tu ci farai morire! Un contadino, a casa nostra, mai. Quello lascialo alle incettatrici di pesce che vanno a mercanteggiare a bordo delle tartanelle, alle contadine che si spezzano la schiena nei campi, alle figlie dei marinai. Adesso resti a casa, e quello là te lo devi scordare.
Dalla terrazza profumata Lucia guardava il mare, e il suo lamento era straziante come il canto delle berte, che fanno i nidi tra gli scogli e nelle notti senza luna si sentono piangere come fanciulli e fanno dire agli isolani che gli spiriti dei guerrieri piangono la morte del loro re, perito in battaglia tra le onde del mare.
Padre mio, padre mio, perché? Per il tuo bene.
Finché un giorno di luglio, nel silenzio grave del meriggio, Lucia Rosa fuggì da casa sua. Si lasciò alle spalle la terrazza assolata, i giardini profumati di Campo Inglese e camminò a lungo, lungo Cala d’Inferno, verso i Faraglioni, verso il tramonto. Nella mente aveva solo quegli occhi scuri che l’avevano guardata pieni di speranza, quelle mani che l’avevano stretta forte e che credeva l’avrebbero tenuta per sempre. Quando arrivò sulla cima della scogliera sentì il profumo della prima volta, la dolcezza del primo bacio impresso sulle labbra, morbido e caldo. Si lasciò cullare per un istante dal vento, chiuse gli occhi e si lanciò nel vuoto. Quando precipitò sugli scogli l’acqua si tinse di rosa. Del rosa bruno delle rose di mare.
La cercarono tutta la notte e il giorno successivo. Quando la trovarono fu il giovane contadino a calarsi con una fune per recuperare il suo corpo. Si dice che la stringesse a sé gridando come un animale impazzito, che le baciasse il viso, la gola, le mani, e gli occhi, quegli occhi che aveva amato perdutamente e che non si sarebbero schiusi mai più. Quegli occhi che come ultima cosa avevano visto le tre punte aguzze dei faraglioni che emergevano dall’acqua e che da quel giorno avrebbero preso il suo nome, per ricordare a tutti la storia del suo amore disperato.

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