In utero

Sono un codice 646333. È scritto nel foglio appeso alla parete.
La dottoressa è sbrigativa ma cortese, come la cassiera di un supermercato.
E’ una donna di mezza età, capelli biondo paglierino, unghie laccate di nero. Scintilla di bigiotteria come la statua di una santa.
“Non bisogna avere paura – mi incoraggia mentre mi rivesto – C’è un antico detto buddista che dice: un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio si alzò e andò ad aprire e vide che non c’era nessuno”.
L’ho sentita attribuire a Goethe, a Martin Luther King, a un anonimo africano. Una volta è la speranza che va ad aprire, un’altra la fede. Si decidessero.
Comunque. Frasi buone per manifesti da appendere nella sala di un gruppo di auto aiuto. Per dimenticare lo squallore. Per convincersi che alla fine tutto andrà bene.
Si capisce che è il suo saluto di benvenuto, il mantra che recita a beneficio di tutte le donne che vengono qui per affrontare qualcosa che le spaventa.
Analisi del sangue. Elettrocardiogramma. Poi mi rimandano in sala d’attesa.
Un uomo aspetta la figlia appena entrata per un’ecografia. “Ho affittato l’utero a una coppia gay per pagarmi il mutuo”, titola il giornale che sta leggendo.
Accanto a me una coppia parla a voce bassa. Lui le cinge le spalle con un gesto protettivo. Lei annota dei nomi su un taccuino verde. Scelgono il nome del bambino, suppongo.
Finalmente esce la dottoressa e mi chiama, insieme alla donna dal taccuino.
Ci portano in una stanza di passaggio illuminata da fredde luci al neon incastonate nel soffitto. Ci sistemano lì, su due brande, tra pile di pannoloni per puerpere, strumenti per il monitoraggio e sfere per la ginnastica pelvica. Ci consegnano due camiciotti verdi da indossare ogni volta che andiamo in bagno. Il bagno è a metà del corridoio che porta alla sala parto.
E’ lì che ci porteranno, tra non molto.
In sala parto.
L’infermiera passa per somministrarci un ovulo di prostaglandina. Serve a stimolare le contrazioni uterine e favorire l’espulsione del materiale.
Vuol dire del feto? Chiedo. Non si chiama feto, signora, mi corregge l’infermiera, sacerdotessa dei misteri della vita intrauterina. Si chiama materiale. Materiale abortivo.
Il materiale. Il ginecologo ha detto che può essere sottoposto a un’analisi cromosomica per capire cosa abbia provocato l’aborto. Perciò devo chiedere che al termine dell’intervento me ne venga consegnato un campione dentro un contenitore sterile, in soluzione fisiologica, in modo che io possa conservarlo in frigo e portarlo in un laboratorio genetico. Tutto questo, mi spiega, dipende dalla buona volontà del medico che farà l’intervento. Si tratta solo di prendere un grumo di materiale e metterlo in una fialetta. Ma a volte, semplicemente, non hanno voglia di farlo.
C’è un po’ di campo. Quanto basta per navigare. Facebook continua a tempestarmi di messaggi pubblicitari per future mamme. Continuerà a farlo fino alla fine. Poi arriveranno le pubblicità degli omogeneizzati, dei pannolini. A quel punto manderò un esposto al garante della privacy.
Ogni tanto passa un’infermiera. Si assomigliano tutte. Basse e corpulente, capelli tinti, camminano strascicando i piedi. Ti trattano ruvidamente, come se maneggiassero un sacco pieno di foglie secche.
La mia compagna di stanza è un medico. Anche la sua gravidanza si è misteriosamente interrotta. Ha un figlio di tre anni. Sta organizzando la sua festa di compleanno. È per questa domenica. Ha appena finito la lista degli invitati contando settanta persone. La lista dei nomi sul taccuino verde.
Dalla stanza delle infermiere arriva il suono di un gioco a premi, una di quelle trasmissioni dove si alternano quiz, gente che cucina in studio e collegamenti in diretta da borghi sperduti dove su una grande tavolata si mettono in mostra i prodotti locali e la gente del paese si accalca intorno alla giornalista per farsi riprendere alle telecamere.
La linea torna allo studio. Gli strepiti della conduttrice e gli applausi comandati del pubblico ci mesmerizzano mentre aspettiamo per un’ora senza che nessuno si faccia vedere.
“Ma a che ora stacchi tu?”
“Boh io sinceramente me ne andrei pure adesso!”
Ci sono delle minuscole ombre scure nella superficie quadrata dei neon. Guardo meglio. La sagoma di una falena morta e altri insetti che formano delle macchie più piccole. Intrappolate nella luce. Per sempre. Uccise dalla luce. Stupido destino per stupidi insetti.
“Non è possibile lavorare così, per la gloria. Più fai e meno ti danno! A rimanere devi rimanere comunque, perché non c’è il cambio…”.
Capisco alla lettera il significato dell’espressione avere il cuore nello stomaco. O forse più giù. Dalle parti dell’utero. Un battito forte, che ricorda lo scalciare di un feto. La paura. Una paura animale, primordiale.
“Il due luglio dovrò fare il cambio. Faccio la mattina perché il pomeriggio parto, mi prendo dal 3 al…non so nemmeno quanti giorni c’ho… quanti giorni dobbiamo prendere estivi?”
“Quindici. Se parti il 2, fatti il conto…”
La sigla del Tg scende dentro come un anestetico che per un attimo allevia la pena. Mi riporta alla monotona sicurezza del salotto dei miei, una vita fa. Non c’è luogo così ostile da non poterci trovare un pezzo di casa.
Nella mia testa risuona una musica, una specie di ouverture. Sono pronta. Pronta a partire per lo spazio remoto. La cannula è già in vena. Il liquido non potrà essere più freddo del sangue al quale dovrà mescolarsi. Sarà un istante e poi il buio. Indietro, verso l’origine di tutto. Come tornare nell’utero. Non c’è niente di umano laggiù. Per un istante ci sfioreremo, io e l’ombra della creatura che non è più, che non è mai stata, che non sarà mai, e che sta aspettando di congedarsi da me.
Hanno già portato la mia compagna in sala parto. Che scherzo macabro.
Tra poco porteranno via anche me.
Stanno arrivando le contrazioni.
Dio, fammi tornare presto sulla terra, viva tra i vivi.
Contrazioni lievi.
Aspirare ben bene.
Raschiare ben bene.
Tirate fuori tutto. Pulite bene.
Dottore, non sarebbe possibile avere qualche goccia di Lexotan prima della sedazione? No?
Che dio vi stramaledica!
Perché mi trovo qui?
Invidio la falena uccisa dal neon sopra la mia testa.
Sono nuda.
Così come si nasce.
Come un animale stordito.
La siringa nel braccio. Comincio a contare. Guardo il soffitto sopra di me. Mi cade addosso. Pesante come una lapide.
***
Passeggio lungo il Tevere, sulla riva calda e scintillante di luce, dove si posano i gabbiani. È esplosa la primavera.
La vita si è schiusa. Anche la mia. È la rinascita.
Squilla il telefono.
Abbiamo i risultati.
Quali risultati? Faccio. Mi ero proprio scordata.
Un’anomalia cromosomica incompatibile con la vita.
Era una femmina.
La luce è così intensa, abbagliante, che lava via gli ultimi residui di buio.
Quello che mi è successo non lo credereste. Ma alla fine, quando la paura ha bussato alla porta, ho deciso di andare ad aprire io.
E giuro. Non c’era proprio nessuno

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