Falchi notturni

Interno di un pub. Luci basse. Un uomo siede solo al bancone sorseggiando una birra. Parla guardando davanti a se, rivolto a un interlocutore reale o immaginario.
“Dice che si è innamorato. Innamorato, capisci? E allora che fa? Parte con quella, che conosce da manco tre mesi, vanno una settimana in vacanza alle Maldive e quando tornano lei l’ha convinto a sposarla. In chiesa, coi fiori, l’abito bianco e tutto il resto. Roba da matti. Gli faccio: amico mio, ma ti sei bevuto il cervello? Ma chi te lo fa fare? Ti eri difeso così bene! Dice sai che c’è? Che lei è diversa dalle altre, la devi conoscere, e poi non me la sento più di vivere così e…tutti quei discorsi. Sì, quei discorsi che sento sempre più spesso e mi mandano al manicomio. Siamo rimasti in pochi, ormai, bello mio. Pochi ma buoni, dico sempre.
Ma che…? Hai sentito? No, mi era sembrato di sentire…bah, lascia perdere.
E insomma, in un mese ne abbiamo persi due. Prima Riccardo. Pure lui, che delusione. Con la sudamericana. Mi tocca persino fargli da testimone, ti rendi conto? Gli ho detto trovatene un altro, uno che ci creda un minimo a tutte queste stronzate. Ma a me mi ci vedi ad accompagnarti all’altare? Siamo seri…ma alla fine m’ha incastrato”.
Si sente echeggiare una risata beffarda.
“Oh. Stavolta però l’hai sentita? La risata. Come no? Era proprio una risata. Ma chi cazz…? Oh, mi starà dando di volta il cervello? Sto bevendo troppo questi giorni. Certo, con tutti questi addii al celibato…
Comunque io resisto. Io non mollo, eh. Ormai va così, e mi sta bene. Loro sono splendide. E hanno le idee chiare. Cercano quello che cerco io. Senza impegno. Perché l’amore, l’amore…che baggianata, ragazzi! Che poi a una certa età ti lasci alle spalle un sacco di storie, cerchi cose semplici, che la vita è già abbastanza piena di complicazioni. Finché arriva il momento in cui pensi che se anche volessi qualcosa di diverso forse non saresti più in grado. Non avresti la forza, il coraggio, la follia o non so che…quello che ci vuole per imboccare un sentiero nuovo, sconosciuto, un percorso a ostacoli…”
Risuona di nuovo la risata beffarda. L’uomo scatta in piedi e si guarda intorno, scosso.
“Ma chi è?”
“Chi sono? Che t’importa chi sono? Sto qui e me la rido”, risponde una voce bassa che proviene da un angolo in ombra in fondo al pub.
“È che c’è di divertente?”
“C’è sempre qualcosa di divertente. Tu, per esempio. Mi diverti. Mi fai morire dal ridere!”
“Imbecille!”, risponde l’uomo, irritato.
“Imbecille, io? Bah, può darsi. E cinico, e baro, dicono. Ma intanto più parli, più ti agiti, più io me la rido!”.
E la risata si prolunga, gutturale, sinceramente divertita.
L’uomo torna a sedersi dando le spalle all’angolo da cui proviene la risata. Guarda sconsolato la sua birra.
“La verità è che non ne vale la pena. Puoi farti fregare una volta, due, ma mica tutta la vita, no? A un certo punto uno dice sai che c’è? Mi tiro fuori dai giochi. Che poi diciamolo, a questo punto neanche te lo ricordi più com’è incontrare una che ti faccia girare la testa. E sai quant’e’ meglio così? Sai quanto si sta bene da soli?”
La risata scroscia di nuovo, più forte di prima. L’uomo sbatte rabbiosamente il pugno sul tavolo, si volta di scatto, fa per scendere dallo sgabello ma in quel momento si apre la porta del pub.
Entra lei. Si guarda intorno esitante. Ha capelli rosso fuoco e occhi verdi come quelli di una gatta. I loro sguardi s’incrociano per un istante interminabile. Lei sorride, imbarazzata. Si accosta al bancone e prende posto nello sgabello accanto a quello di lui.
“Imbecille…”, sussurra l’uomo rivolto a se stesso, scuotendo la testa, e cominciando a ridere piano.

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