Gravità

Inguardabile. Uno scherzo della natura. Coprire, bisognava. Nascondersi. Sparire. Quel prolungato sguardo allo specchio, nella penombra della stanza, era bastato a nausearla, a farla star male, come ogni mattina. I fianchi enormi, le cosce grosse, la pancia lardosa, cascante, erano uno spettacolo vomitevole. Aveva indugiato su quelle linee sgraziate, su quel rivoltante eccesso di carne per accrescere lo schifo di se, la consapevolezza della propria miseria. Poi si era lasciata cadere addosso una maglia, aveva infilato i soliti pantaloni laceri e sformati e le scarpe da ginnastica. In Afghanistan, sarebbe dovuta nascere. Lì avrebbe indossato un burqa e nessuno si sarebbe accorto di lei. Non sarebbe stata costretta ad abbassare gli occhi a ogni passo, avvampando dolorosamente sotto gli sguardi altrui. Intrappolata nel corpo di qualcun altro. Capiva come dovevano sentirsi le persone transessuali. Anime che avevano perso la strada al momento di incarnarsi, finendo nell’involucro sbagliato e trascorrendovi la propria vita in preda a una sofferenza atroce. Che poi era anche la sua.
Si era spazzolata rabbiosamente i capelli che erano rimasti attaccati alla spazzola in folti grovigli rinsecchiti.
Sua madre la chiamò. Stava facendo tardi. Quando le passò davanti per uscire, il suo sguardo preoccupato e supplichevole la irritò. Quella donna non sapeva far altro che lagnarsi, fare domande su domande e mentirle. Soprattutto mentirle. Nell’illusione di confortarla, blandendola con bugie pietose e giudizi ipocriti sul suo aspetto. Ma lei non contava. Lei non ce li aveva gli occhi. Le madri non hanno occhi, hanno solo cuore, vedono attraverso quello e si lasciano ingannare.
Era primavera inoltrata, fuori c’erano ventitré gradi, ma il suo corpo era scosso da brividi. Aveva indossato anche un largo maglione nero infeltrito e una giacca a vento, ma il freddo non accennava a passare. Stava annidato in profondità, a roderle le ossa come un tumore maligno, e tutto quel grasso corporeo non bastava a proteggerla. La luce tagliente del mattino sfilacciava il cervello, lacerava i pensieri in mille invadenti coriandoli lasciandola stordita e confusa. Sentiva i propri passi ricadere pesanti sul marciapiede, in una marcia lenta e cadenzata la cui eco arrivava come da lontano, attutita. Attraversando il cortile della scuola sfiorò un capannello formato da alcune ragazze della sua classe. Chiacchieravano e ridevano sonoramente. Si voltarono a guardarla con un’aria di scherno, o così le parve, in quell’ultimo istante di lucidità che precedette il buio.
Quando riapri’ gli occhi le sembrò di riemergere da profondità abissali. Provò a muovere le braccia e si trovò impigliata in un tubicino di plastica attaccato a una flebo. L’infermiera le si accostò e le sorrise come si sorride a una bambina appena sveglia. Erano le sei, le disse. Era rimasta in quello stato per dieci ore. Erano state le ragazze a soccorrerla, erano sue amiche, no? Erano rimaste in pronto soccorso tutto il tempo ad aspettare per avere sue notizie. Si erano date il cambio, ma due di loro erano ancora fuori, in sala d’attesa.
Lucilla si voltò verso la finestra per nascondere le lacrime che cominciavano a scendere. E per un istante si sentì leggera, leggera come l’aria. Coi suoi trentacinque chili scarsi le sembrò quasi di sparire, finalmente, tra le pieghe delle lenzuola, in quell’enorme, bianco letto di ospedale.

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