Un’altra vita

La stanza è piccola e buia. Vi si accede attraverso una logora tenda rossa. C’è puzza di muffa, incenso e filtri di condizionatore sporchi. L’uomo la fa accomodare su una poltrona di velluto scuro che deve aver conosciuto tempi migliori e accolto la disperazione di numerosi ospiti. Perché la soglia di quella stanzetta, per chi la varca, rappresenta l’ultimo, disperato tentativo di cambiare le carte in tavola, di fregare il destino. L’ultima spiaggia, insomma.
“È pronta?” chiede l’uomo. È leggermente strabico e si fa fatica a capire se stia guardando il proprio interlocutore o un punto indefinito che si staglia oltre, lontano, in qualche remoto orizzonte astrale. Ha una faccia grigia e allampanata, l’espressione di un lupo che abbia patito una fame prolungata.
“Si, si” annuisce lei.
Sta seduta sul bordo della poltrona stringendo nervosamente la piccola borsa tra le mani, come se aspettasse di essere chiamata per un esame o per la comunicazione di un referto medico di vitale importanza.
“Oggi per lei comincia una vita nuova – esclama l’uomo – La maggior parte delle persone si lamenta tutto il tempo ma nel profondo rifiuta il cambiamento. La verità è che dedicano così tanto tempo ai propri mali che senza di essi non saprebbero vivere. E soprattutto non avrebbero più alibi per i propri fallimenti”.
“Certo”, annuisce lei colpita dalla profondità di quella rivelazione.
“Il pagamento è anticipato” chiosa l’uomo filosoficamente. E lo dice con lo stesso tono oracolare con cui ha pronunciato le altre parole, tanto che alla ragazza ci vuole qualche secondo per capire che il pagamento di cui parla non si riferisce alla elevata verità di poco prima, ma alla tariffa della prestazione.
“Ah, si, certamente”, dice aprendo la borsetta e tirando fuori il portafogli malconcio. Estrae le banconote. Le conta e le riconta una seconda volta per prudenza. Duemila euro. Più o meno tre mesi di stipendio. Ma mai soldi sono stati meglio investiti. Quello che le sta davanti è un luminare. Il migliore su piazza. A chi altri affidarsi per un intervento così delicato?
L’uomo conta i soldi a sua volta, quindi li ripone in un cofanetto di metallo.
Poi dispiega davanti a se un ampio foglio, una mappa astrale sulla quale prende a tracciare con un righello e un compasso complicate rotte astronomiche. In mezzo alla parete alle sue spalle campeggia un diploma incorniciato. Su uno sfondo blu fitto di stelle e simboli zodiacali si staglia l’iscrizione a caratteri dorati svolazzanti: laurea in biocosmologia motivazionale conseguita presso l’Università di Astrologia di Pechino.
“La felicità, tutti cercano la felicità. Ma se non si sa dove cercare si perde solo tempo – commenta continuando a lavorare alla mappa – Lei si porta dietro una dissonanza Venere-Saturno che è una mutilazione del cuore innata. Un’emorragia energetica costante. Con una congiuntura così dove pensava di andare?”.
Già. Ora tutto si spiega. Come quando l’osteopata le ha spiegato che con quella postura il mal di schiena di cui soffriva non sarebbe mai passato. Infatti non era passato, ma almeno adesso ne conosceva la causa. Stavolta, invece, è in gioco la sua vita. Altro che mal di schiena. La sua vita incasinata forse una volta per tutte può essere rimessa in sesto. Ripensa all’annuncio su Facebook: “Il tuo oroscopo è negativo? Sei insoddisfatto del tuo segno zodiacale? Se è possibile cambiare i connotati, se è possibile cambiare il nome, se è possibile cambiare il partner, se è possibile cambiare opinione, religione, partito politico, perché non dovrebbe essere possibile cambiare scientificamente il proprio segno zodiacale?”.
Già! Perché? Si era detta. Perché non provare?
“Ho tracciato qui, sulle mappe, la rettifica del suo segno. Ora lo trascriveremo su questo Certificato di rinascita zodiacale”. E così dicendo compila a penna una specie di diploma.
“Oggi lei rinasce sotto il nobile segno dell’Ariete”, declama l’uomo porgendole la pergamena.
“Mara”, sussurra lei.
L’uomo la guarda interrogativo.
“Il mio nome è Mara. Non Sara. C’è un errore, qui, vede?”
“Ah, non c’è problema, rettifichiamo anche il nome” sghignazza l’uomo nervosamente, correggendo e restituendo il diploma alla ragazza.
Lei lo prende e lo guarda sconsolata. Ora al posto della lettera iniziale del suo nome c’è uno scarabocchio, nato dalla sovrapposizione della S e della M. Non sa più come dovrebbe sentirsi. Felice, libera, rinnovata, forse.
Eppure il foglio che stringe tra le mani le ricorda tanto gli attestati di frequenza che le danno ai corsi di aggiornamento per infermieri.
L’uomo si alza. “Bene! Ora il suo esilio è terminato!”, esclama stringendole energicamente la mano e accompagnandola fuori, oltre la tenda rossa. Nell’anticamera siedono donne e uomini dall’aria depressa, spaurita, vagamente folle. Aspettano come si aspetta nella sala d’attesa di un neurochirurgo. Timorosi. Aggrappati all’ultima speranza.
Mara pensa che il senso di smarrimento e di solitudine che l’hanno accompagnata fin qui finalmente svaniranno. Che non assomiglierà più a quella gente deprimente vista poco fa. Finalmente esce in strada. Fuori c’è stato il diluvio. Ora una pioggerellina lieve accarezza la sua persona. Lava via il passato. Le insicurezze, le paure.
Passa una macchina. Le ruote tagliano in due una pozzanghera e uno tsunami di acqua sporca la investe in pieno. Intanto la pioggia riprende a scrosciare più forte. Sempre più forte. Non ha l’ombrello. Guarda l’ora e si accorge di essere in ritardo per il turno in ospedale. Non ha i soldi per un taxi. Si avvia a piedi, a passo svelto, le spalle un po’ più curve di prima. Ora su di lei grava l’imperativo della felicità. Di una felicità inesorabile, obbligata, una felicità senza scampo.

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