Tra noi

L’ho vista. E in un attimo il sospetto si è tramutato in una terribile certezza. Lei, dopo, ha fatto finta di niente, ma in un istante tutto è cambiato. Avevo bussato, prima di entrare. Avevo bussato ma lei non ha risposto. Non ha detto ‘avanti’, ne ‘un attimo’ o qualsiasi altra cosa. Così sono entrata. Ho fatto un respiro profondo, come tutti quando devono varcare la soglia di quella stanza, poi ho aperto la porta e guardato dentro. Sono rimasta paralizzata coi fogli in mano a mezz’aria. Lei era seduta sulla sua poltrona, di profilo, il busto eretto, la testa reclinata all’indietro, la bocca spalancata, enorme, mostruosa. L’ho vista portarselo alla bocca e ingoiarlo intero, ancora vivo. Ha risucchiato la coda del topo come fosse uno spaghetto al sugo. C’è voluto un istante. Il tempo di un battito di cuore di topo, appunto. Poi si è leccata le dita dalle unghie rosso sangue e quando si è voltata verso di me mi ha guardata con quegli occhi da pitone sazio di cui ho finalmente capito la vera natura.
“Meglio tardi che mai”, ha detto. E poi: “ti ci sono volute tre ore per trovarlo?”.
Io ho sentito le gambe diventare molli come se mi avessero appena colpita dietro le ginocchia con una mazza da baseball. Per un attimo ho pensato di essermi immaginata tutto.
“Ho…dovuto cercare nell’archivio dal 2011 a oggi” ho balbettato, restando impalata come una cariatide.
“Beh? Che aspettiamo?” ha chiesto.
Con la bocca impastata e un violento ronzio nell’orecchio destro ho attraversato la stanza, mi sono avvicinata alla sua scrivania e ho posato il dossier davanti a lei, abbassando lo sguardo per evitare quegli occhi inquietanti, quelle pupille nere in cui si schiudevano iridi acquose e giallognole come la bile.
“Fammi un caffè” ha chiesto stringendo una sigaretta tra i denti mentre la accendeva. “Le cialde sono nel cassetto”.
Mi avvicinai tremante al lato sinistro della scrivania. Con la coda dell’occhio potevo vedere la sua mascella robusta serrarsi nervosamente, la testa oscillare in un movimento ondulatorio appena percettibile, mentre scorreva rapida le pagine del dossier. Aprii il cassetto. La visione dei piccoli ratti biancastri che brulicavano convulsamente là dentro, spintonandosi l’un l’altro in cerca di una via d’uscita, mi strappò un grido. Lei richiuse il cassetto con un colpo violento. “Non questo – disse – Il secondo”. A quel punto non potei fare a meno di guardarla, incrociando i suoi occhi, le pupille strette come fessure, lo sguardo ironico e cattivo.
Stava giocando con me come con le sue cavie. Voleva terrorizzarmi. Forse mi avrebbe uccisa, ora che avevo scoperto il suo osceno segreto. Meccanicamente seguii le sue indicazioni e aprii il secondo cassetto, aspettandomi che afferrasse la mia mano per morderla, o che da un momento all’altro sferrasse qualche tipo di attacco. Ma non successe. Presi la cialda, andai alla macchinetta, preparai il caffè e glielo porsi. Poi accadde una cosa incredibile. Lei sollevò la tazzina, sorseggiò il suo caffè, aspirò l’ultima boccata di fumo dalla sigaretta e se la spense sul dorso della mano, lentamente, tenendo i suoi occhi fissi nei miei. Sentii lo sfrigolio e l’odore della pelle bruciata. Lei abbassò gli occhi seguendo la direzione del mio sguardo, verso la minuscola chiazza scura che si era formata sulla mano. Grattò la ferita con la punta di un unghia, quindi sollevò un lembo di pelle e lo strappò via come si strappa un cerotto, lasciando apparire il verde brillante, duro e squamoso che si celava la’ sotto come una vita nascosta. Ma nel giro di pochi secondi vidi la pelle, nel punto esatto in cui era stata asportata, riformarsi, in un processo di rigenerazione istantanea. Indietreggiai terrorizzata. Lei rise, rovesciando indietro la testa come durante il suo bestiale pasto di poco prima e mostrando la sua bianca gola, pulsante come quella di una lucertola. La sua era una risata aspra, selvaggia, gutturale.
“Non pensare di squagliartela come sempre alle sei – mi disse tornando improvvisamente seria – devo finire di leggere questa roba, ma dopo ti aspetto nella mia stanza così ti spiego cosa voglio che tu faccia con questi documenti”.
Rientrai nella mia stanza e mi lasciai cadere sulla sedia, sfinita. Era come se le energie mi avessero completamente abbandonata, come se quello sguardo mi avesse risucchiato il sangue fino all’ultima goccia. Il ronzio dall’orecchio destro si era esteso a tutta la testa, riempita ormai da uno sciame di calabroni impazziti. Pensai di raccattare le mie cose e andarmene. Ma poi? Ora sapevo. Conoscevo una verità alla quale era impossibile sottrarsi. Se anche me ne fossi andata cosa avrei fatto l’indomani? E il giorno dopo ancora? E cosa ne sarebbe stato degli altri? Potevo abbandonarli al loro destino? No. Decisi di restare e affrontare la situazione. L’avrei inchiodata. L’avrei smascherata davanti a tutti. L’avrei fatto quel pomeriggio stesso, alla riunione delle tre. Ma come? Cominciai a ragionare sulla soluzione migliore, ma i pensieri si sottraevano alla mia presa, viscidi e sfuggenti come serpi di mare. Le ore trascorrevano lente. Avevo silenziato il telefono. Tenevo lo sguardo fisso allo schermo del computer, dove il contatore delle mail in arrivo continuava a salire implacabilmente. La mia mente inseguiva un punto lontano e sfocato. Poi, all’improvviso, tutto mi fu chiaro. Capii quello che dovevo fare. E mi attrezzai. Alle tre in punto spinsi la porta a vetri della sala riunioni, divenuta più pesante del solito. Il ronzio nella testa si era fatto insopportabile. Sentii i capelli appiccicati ai lati del viso per via del sudore. Tutti si voltarono a guardarmi con aria allarmata, quasi riuscissero a leggermi dentro. Lei sedeva all’estremità del tavolo opposta alla porta, rigida nel suo tailleur nero, le carte sparpagliate davanti, lo sguardo vitreo da rettile che vagava tra i presenti in cerca di qualcuno da attaccare per primo. Da chi avrebbe iniziato, stavolta? Non mi diedi il tempo di scoprirlo. Attraversai la stanza e mi ritrovai in piedi al suo fianco. Posai il blocco degli appunti sul tavolo, estrassi il taglierino dalla tasca e, rapida come un falco, mi avventai su di lei, colpendola ripetutamente. Non saprei dire quanti colpi io abbia sferrato prima che mi bloccassero e mi portassero via. Ricordo solo il suo sguardo stupito prima che la lama ci affondasse dentro, e le grida dei colleghi, il sangue che schizzava da tutte le parti. Ora anche loro sapranno. Chi avrà tamponato le ferite le avrà viste richiudersi all’istante. Avranno scorto la mostruosa pelle verde della creatura, sotto la maschera. Ho salvato le loro vite. Ma ora sta a loro andare avanti. Chissà per quanto tempo mi terranno chiusa in questa stanza bianca, dove nessun suono arriva. L’unico suono, incessante, è il ronzio dentro la testa che oramai mi impedisce persino di parlare con me stessa.
Adesso tocca a voi, a tutti voi andare avanti. Perché oramai loro sono qui. Sono qui. Sono qui tra noi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: