La casa nuova

Quel pomeriggio Emma arrivò in ritardo all’appuntamento con la parrucchiera. Varcò trafelata la soglia del piccolo negozio che si affacciava sul vicolo e si scusò con la signora Teresa. La parrucchiera la fece accomodare al lavaggio, mentre Emma spiegava che le pulizie di casa le avevano portato via più tempo del previsto. La parrucchiera le sistemò l’asciugamano sulle spalle, fermandolo davanti al petto con una molletta, le fece reclinare la testa all’indietro e cominciò a lavarle i capelli. Durante lo shampoo Emma raccontò di come dovesse ancora abituarsi allo spazio della nuova casa. Nella casa in affitto le sarebbero bastate un paio d’ore per sbrigare il lavoro che quel giorno le aveva richiesto il doppio del tempo.
“La mettiamo la crema?” chiese Teresa come faceva ogni volta, e come ogni volta Emma rispose lievemente stizzita: “no, grazie”. Non ci teneva a pagare quei tre euro in più per una noce di balsamo. Con tre euro, di balsamo al supermercato ne avrebbe comprata una confezione intera.
Quando i capelli furono asciugati e messi in piega, Emma invitò la parrucchiera all’inaugurazione della casa, l’indomani, ma poiché sarebbe stato un giorno lavorativo Teresa declinò l’invito. Emma pagò e uscì. Passò dal fornaio per ritirare i dolci che aveva ordinato. Una crostata di visciole, venti meringhe e un ciambellone al cioccolato. Al supermercato comprò piatti e bicchieri di plastica, succhi di frutta, caffè, zucchero di canna e detersivo per la lavastoviglie. Al momento di pagare, la cassiera, col solito fare scorbutico, la informò che il pos era fuori uso. Emma protestò che era la terza volta in pochi giorni, ma la donna alzò le spalle spazientita. “La vuole o non la vuole, la spesa?”, chiese. Mentre tirava fuori la sua ultima banconota da cinquanta, Emma si domandò chi glielo avesse fatto fare di accettare il trasferimento in quel paesino di provincia, popolato da gente diffidente e ostile, maldicente e sarcastica. Da quando era arrivata si sentiva un pesce fuor d’acqua, un organo trapiantato, a rischio di essere rigettato dall’organismo che lo ospita. Dopo due anni era ancora la nuova insegnante, la forestiera, l’ultima arrivata. Eppure, invece di tornarsene a Roma e cercarsi un nuovo lavoro, aveva preso tutti i suoi risparmi e si era comprata una casa. Grande, luminosa, affacciata proprio sul corso principale. Quella casa che a Roma non si era potuta mai permettere e che adesso era il suo piccolo trionfo.
Appena rientrata fece andare la lavatrice, indossò il pigiama e si preparò un’insalata con uova sode e tonno, mentre il notiziario della sera parlava della situazione in Libia, degli sbarchi degli immigrati e del caro libri.
Emma sparecchiò la tavola, caricò la lavastoviglie, stese i panni, sostituì il rotolo della carta igienica in bagno, si lavò i denti. Prima di chiudere le imposte restò affacciata in finestra a godersi la nuova vista dalla sua camera da letto, al terzo piano del palazzetto cielo-terra, alto e stretto come una torre medievale, per il quale avrebbe continuato a pagare il suo mutuo per altri vent’anni. Il corso traboccava di gente, nel mezzo la torre civica in pietra arenaria svettava sottile col suo orologio, mentre in lontananza la sagoma scura e massiccia dei monti spiccava contro il cielo estivo rischiarato da una luna calante.
Emma spense la luce, si chiese se per la festa fosse il caso di prendere anche qualche fiore che rallegrasse il salotto, e concluse che al mattino avrebbe comprato delle dalie bianche e viola. In pochi minuti scivolò in un sonno profondo e tranquillo.
Un’alba livida si levò sulle rovine della città. Le tute gialle e arancioni dei soccorritori spiccavano come le sole macchie di colore nella distesa uniforme delle macerie. Emma, seduta sull’erba del parco giochi dove venivano prestati i soccorsi, sorseggiava un caffè preparato dai vigili del fuoco con un fornello da campo.
Il liquido nero e forte non bastava a sciogliere la calce amara incollata alla lingua. Un impasto di terra, saliva e sangue.
Strizzò gli occhi davanti a quel sole strano, velato da nubi terree, in un cielo fattosi improvvisamente duro e ostile. Appoggiò la tazza di caffè sul prato e, ancora avvolta nella coperta che i soccorritori le avevano appoggiato sulle spalle quella notte, cominciò a camminare.
Si fermò, chiuse gli occhi un istante e le sembrò di udire nuovamente quei rumori: i vetri che scoppiavano come colpiti da un bombardamento, il fragore assordante delle cose che cadevano e andavano in mille pezzi, il boato dei crolli, poi il silenzio. Un silenzio innaturale.
Camminando, raggiunse quello che era stato il Corso, ovvero il cuore della catastrofe da cui era fuggita poche ore prima come si fugge dall’inferno, senza fermarsi, senza guardarsi indietro. Giunse al palazzetto bianco del Supermercato, nuovo di zecca. Era rimasto in piedi, fiero, ostinato, come un sopravvissuto in un campo di battaglia. La chiesa, invece, non aveva più il tetto, e si stagliava contro il cielo ferita e attonita, l’occhio del rosone sgranato per lo stupore davanti alla violenza improvvisa di quel Dio per la cui gloria era stata innalzata.
Emma si fermò la’ dove poche ore prima era il salone di bellezza. Che ne sarà stato, si chiese, di Teresa? Certamente all’ora del disastro dormiva, tra gli effluvi dei balsami e l’odore chimico delle lacche, nella sua stanzetta dietro il negozio. E la cassiera del supermercato, che abitava proprio vicino a lei, sotto gli archi? Pian piano i volti dei paesani cominciarono a scorrerle davanti, più familiari di quanto le fossero mai parsi fino a quel giorno. Dov’erano tutti? Nelle loro case divenute tombe? La sua casa nuova l’aveva graziata. Quella terra aveva risparmiato proprio lei, l’estranea, la forestiera. Adesso che la città non c’era più sarebbe rimasta una straniera per sempre, per tutta la vita, ovunque andasse.
Passò vicino a un gruppo di ragazzi intenti a scavare. Come una sonnambula si avvicino’ loro. Chinatasi, spostò una pietra, poi un’altra e un’altra ancora. Mentre le lacrime cominciavano a scendere, e il naso a colare, affondò le mani nei detriti e nei calcinacci e comincio’ a scavare, furiosamente, lacerandosi la pelle e strappandosi le unghie. Scavava, dimentica di tutto, scavava immemore del tempo trascorso in ogni altro luogo che non fosse quello. Quel piccolo grumo di case arroccate in mezzo alle montagne, quell’intreccio di stretti vicoli dove la vita si trascinava lenta, tra la chiesa e il bar, quel semplice ammasso di pietre e volti e voci e vite che per la prima volta in vita sua aveva chiamato casa.

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