In fuga

“Beh, che fai? Vieni?”
“No. Ho da fare. Andate voi”.
Filippo sta chino sul marchingegno, tutto concentrato. Il piccolo giardino è disseminato di pezzi di ricambio d’automobile, tubi, molle, cinghie, attrezzi vari. Giacomo si alza in piedi sui pedali della bici e si sporge dalla staccionata sbilenca, con le assi mezze divelte e i chiodi arrugginiti che spuntano qua e là.
“Oh. Ma che stai a fa’?”, chiede.
“Niente”, risponde Filippo sistemandosi gli occhiali senza nemmeno sollevare lo sguardo.
Giacomo alza le spalle come a dire chi se ne frega di te e delle tue cavolate, e si rimette a pedalare verso il campetto. Poco male. Giocheranno senza di lui. Tanto Filippo serve solo a fare numero. Se ne sta a ciondolare nel campo tutto il tempo come se stesse a cogliere le margherite. Quando vede arrivare l’avversario con la palla è capace di spostarsi per farlo passare.
È da giorni che non lo si vedeva in giro. Per tutte le vacanze di Pasqua se ne è stato chiuso nella cantina di casa a lavorare a uno di quei soliti impicci meccanici che gli attirano la simpatia dei prof e per i quali il resto del mondo gli ride dietro. Doc, lo chiamano a scuola, come lo scienziato squinternato di ritorno al futuro.
Adesso se ne è uscito fuori in giardino con quella carcassa di metallo. Chissà che s’e inventato, stavolta.
Quando Giacomo torna dalla partita Filippo è ancora là, ad armeggiare con la misteriosa macchina. S’e’ tolto la felpa, ha la faccia tutta imbrattata di grasso.
“Li abbiamo stracciati!”, gli urla Giacomo.
Filippo lo guarda come guarderebbe un alieno, coi suoi occhietti piccoli e troppo ravvicinati.
“Sette a due”. Giacomo scende dalla bici e si avvicina al recinto del giardino. “Ma che è quella?” chiede indicando la macchina.
Filippo si guarda intorno circospetto, come un ingegnere nucleare al servizio del Pentagono che veda piombare un intruso nel proprio cantiere supersegreto. Gli fa segno di abbassare la voce e di avvicinarsi.
“È una macchina”, sussurra all’orecchio dell’amico.
“Beh, questo lo vedo da me”, risponde Giacomo.
“Tutti pensano che io stia lavorando a una macchina a energia solare. Così nessuno chiede spiegazioni. Nessuno deve sapere”.
“Sapere cosa?”
“È un segreto. Se te lo dico sarai l’unico a conoscerlo. Giura che non lo dirai a nessuno”.
“Giuro”.
Filippo si lancia in una spiegazione assurda. Parla di una staffetta di asteroidi, del programma Mount Lemmon Survey dell’Università dell’Arizona, di un asteroide del diametro di 10 metri che passerà vicinissimo alla terra. E della sua macchina prodigiosa che gli permetterà di agganciare l’asteroide proprio nel momento in cui si troverà nel punto più vicino al nostro pianeta.
Giacomo non sa se ridere o annuire, come si fa coi pazzi scriteriati.
“Capisci? Un asteroide tutto per me. Per andarmene lontano, nello spazio infinito. Ho già tutto quello che mi serve per crearmi un microclima adatto alla vita, per produrre l’acqua, l’ossigeno e tutto il resto. È da più di un anno che ci lavoro”. Gli mostra dei complicati fogli di calcolo tutti smozzicati e imbrattati d’inchiostro, che tiene ripiegati nel suo zaino sdrucito.
Giacomo annuisce. Ha deciso. È un pazzo. Meglio dargli ragione e mollarlo li coi suoi deliri. Che gli mancasse qualche rotella lo sapeva da un pezzo, ma non immaginava che fosse diventato tutto scemo. Magari avrà cominciato a bere come suo padre, pensa.
A un tratto dalla casa arriva una voce roca e impastata che lo richiama dentro. “Devo andare”, dice Filippo. E in un attimo sparisce nella porta come il sorcio che s’infila nel suo povero buco.
Il giorno dopo arriva a scuola in ritardo. Ha un occhio pesto. Ha sbattuto contro lo stipite della porta mentre andava in bagno, di notte. Al solito. Un giorno cade dalle scale, un altro dalla bicicletta. Giacomo fa finta di credergli, come sempre. Non gli chiede neppure perché trascini una gamba come uno sciancato. Stavolta quel lurido bastardo deve avergliele date di santa ragione. Ma Filippo è eccitatissimo. Si è messo quell’assurda maglietta da nerd con Einstein che fa la linguaccia. Dice che è stasera. Il passaggio dell’asteroide. La grande fuga. Non sta nella pelle.
La sera Giacomo sente la notizia al TG:
“Telescopi pronti a osservare il passaggio ravvicinato di 2017 FU102, l’asteroide appena scoperto che sfiorerà la terra alle 22:18”. Pensa all’amico, e per un attimo lo sfiora il dubbio che possa avere ragione.
L’indomani a scuola Filippo non c’è. Giacomo aspetta, lo sguardo puntato alla porta dell’aula. Si immagina di vederlo arrivare da un momento all’altro, tutto trafelato, con i capelli arruffati, il trolley di Capitan America mezzo sfondato. Invece niente. Le ore passano e Filippo non si vede. A fine mattinata Giacomo esce in cortile, dribbla gli amici che cercano di bloccarlo per la partita, inforca la bici e pedala verso casa di Filippo. Pedala più veloce che mai, il cuore in gola, sale e scende dai marciapiedi, passa col semaforo rosso, per poco non si fa investire da un’auto. In cuor suo lo sa già. Non ha voluto credergli, non aveva capito. E quando arriva davanti alla piccola casa gialla, alla staccionata con le tavole marce e il cancelletto arrugginito, le bottiglie di whisky che traboccano dal cassonetto puzzolente che nessuno svuota da giorni, quando butta a terra la bicicletta e corre con le lacrime agli occhi verso le transenne e il nastro segnaletico bianco e rosso che delimita l’area, quando gli impediscono di entrare, quando sente i vicini dire sottovoce che il ragazzino l’hanno trovato a penzolare dalla trave della cantina come un sacco di stracci, Giacomo già lo sa. Sa che non è così. Lui solo conosce la verità che tutti cercheranno di insabbiare. L’asteroide. Gli pare di vederlo. Una specie di pianeta minuscolo e bitorzoluto, come quello del piccolo principe, ma senza i baobab. Un grumo di roccia che sfreccia rapido attraverso le stelle, nello spazio senza confini. E Filippo che lancia il suo laccio astrale e sale al volo, come si salta sul predellino di un tram in corsa. Catapultato in orbita, e via. Ce l’ha fatta, pensa ridendo e piangendo al tempo stesso come un matto. Quel genio ce l’ha fatta. Ma sarà un segreto, Doc. Un folle, assurdo, incredibile segreto.

2 risposte a "In fuga"

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